Brand awareness: strategie per incrementarla

Hai mai sentito parlare di brand awareness o di notorietà del marchio? Si tratta un dettaglio non di poco conto per il successo di qualsiasi attività. Può essere misurata, incrementata e sfruttata a proprio vantaggio con le giuste strategie. Leggi questo articolo per scoprire come.

Brand awareness significato

Che cosa significa brand awareness? Questo termine, che in italiano si traduce in “grado di consapevolezza del marchio”, si intende l’insieme di due parametri: 

  • la diffusione quantitativa del marchio, ovvero la capacità di un brand di essere diffuso tra un ristretto o largo numero di persone rispetto al mercato di riferimento;
  • la diffusione qualitativa del brand, cioè la sua capacità di farsi associare a una serie di valori, prodotti e/o servizi.

Ogni marchio – che si tratti di un brand o personal brand – dovrebbe infatti essere capace di creare un’identity rilevante per le persone a cui si rivolge, al fine di guidare i loro comportamenti, divenire il loro punto di riferimento e farsi scegliere. 

L’obiettivo una brand awareness strategy efficace, dunque, è quello di essere la prima alternativa che viene in mente ai consumatori nel momento in cui hanno bisogno dello specifico prodotto o servizio che propone. 

Qual è la differenza tra brand awareness e brand reputation?

La brand awareness è una cosa ben diversa dalla brand reputation. La prima implica che il marchio sia oggettivamente noto e associato dalla nicchia di riferimento; la seconda, invece, riguarda la considerazione che il pubblico ha dal brand.

Come si misura la brand awareness?

Se vuoi misurare la notorietà del tuo brand o del brand del tuo cliente, David Aaker – economista statunitense contemporaneo e massimo esperto della gestione del marchio – è già intervenuto in tuo aiuto. Nella piramide di Aaker esistono quattro stadi in cui possono trovarsi i potenziali clienti:

  1. assenza di conoscenza del brand, quando non hanno completamente idea della sua esistenza; 
  2. conoscenza superficiale del brand, se conoscono soltanto alcune informazioni;
  3. conoscenza forte del marchio, se sanno bene cosa offra e quali siano i suoi valori;
  4. top of mind, se non soltanto conoscono alla perfezione il brand, ma sia la prima opzione che viene loro in mente quando hanno bisogno del suo prodotto o servizio.

Si tratta, ovviamente, di un’interpretazione metaforica, ma può fornire un orientamento.

Gli strumenti

Come misurare la brand awareness? Tra i migliori strumenti che puoi utilizzare gratuitamente c’è Google Analytics, che fornisce dettagli sul numero di visite e di conversioni, sulla frequenza di rimbalzo, sulle sorgenti di traffico. E poi ci sono gli insights sui social, che ti dicono – per esempio – quanto le persone siano attente e coinvolte dai contenuti, quanto interagiscano con il brand e quanto il marchio sia capace di attrarre nuovi clienti.

Come far crescere la brand awareness?

Per incrementare la notorietà di un brand esistono tantissime strategie online e offline. Ecco di seguito quelle che ritengo più efficaci.

La SEO su Google e sui social

Posizionarsi su Google e sui social tra i primi risultati per le parole chiave relative al proprio prodotto/servizio (SEO) significa aumentare la probabilità che le persone lo trovino al momento giusto, senza bisogno di ulteriori spese per campagne pubblicitarie a pagamento. 

Il neuromarketing

Il nostro cervello è naturalmente pigro e reagisce alla molteplicità di informazioni che trova online disinteressandosene. La nostra attenzione, soprattutto sul web, è sempre più limitata. Il neuromarketing ci aiuta a catturare quella degli utenti e a instaurare un legame con loro, oltre che a spingerli verso l’azione da noi desiderata.

Il social media management

Una gestione social efficace consente a ogni brand di costruire e far crescere la propria community, di fidelizzare i clienti, di aumentare la propria autorevolezza.

Il blogging

Fare blogging significa non soltanto attrarre nuovi potenziali clienti, ma anche dimostrare le proprie competenze e il proprio valore, facendo sì che ci si posizioni come scelta preferibile per l’acquisto del prodotto/servizio di riferimento.

Gli eventi

Partecipare agli eventi di settore come le fiere, oppure organizzare eventi propri online e offline, aiuta il brand a fare marketing esperienziale, ovvero a creare un’esperienza per l’utente che possa farlo sentire protagonista. Si tratta di valide occasioni per lasciare “qualcosa che resti” e che renda memorabile il marchio: un oggetto utile, una competenza, una promessa, una soluzione.

Il digital advertising 

Campagne pubblicitarie strategiche online, SEM (o meglio dire SEA) e Meta ads, possono far decollare la notorietà e l’apprezzamento di qualsiasi brand. 

Il copywriting

Testi efficaci e persuasivi, creati ad hoc in funzione dell’obiettivo e della loro destinazione, possono catturare l’attenzione dei potenziali clienti, rendere il brand memorabile e comunicare immediatamente la sua essenza più profonda.

Vuoi far crescere la tua brand awareness? Io posso aiutarti a mettere in pratica queste e altre strategie. Compila il form, raccontami dei tuoi obiettivi e sarò felice di spiegarti come raggiungerli.

Heading tags h1, h2 e h3: cosa sono e come usarli per la SEO

Gli heading tags o seo header tags sono elementi fondamentali per l’indicizzazione sui motori di ricerca, perché hanno conseguenze dirette sulla user experience, sull’ottimizzazione dei contenuti e sul ranking. Non sai cosa siano e come utilizzarli? Leggendo questo articolo scoprirai come farlo al meglio e quali errori evitare. 

Cos’è un heading tag?

Gli heading tags  o tags di intestazione HTML sono elementi che suddividono il contenuto di una pagina web in sezioni, indicando le gerarchie tra i vari blocchi di testo. Si tratta dunque di una divisione in paragrafi e sottoparagrafi a cui, proprio attraverso gli heading tags, diamo un titolo.

La loro funzione principale è quella di migliorare la leggibilità del testo e renderlo facilmente navigabile sia alle persone che ai motori di ricerca. Gli header tags in html, in funzione della rilevanza del paragrafo a cui si riferiscono, hanno una numerazione che va dall’H1 fino all’H6.

La gerarchia dei tag H1, H2, H3 e oltre 

È fondamentale usare i seo heading tags in ordine gerarchico, senza lasciare nulla al caso. Il tag H1 deve essere utilizzato per il titolo principale della pagina, mentre i tag H2, H3 e successivi servono a organizzare le sottosezioni del testo.

Questa struttura aiuta Google a capire la logica del contenuto e a determinare la sua rilevanza per le query di ricerca. 

Che differenza c’è tra H1 e tag title?

L’heading tag H1 viene talvolta confuso con il tag title. Tuttavia l’H1 è il titolo visibile agli utenti durante la navigazione all’interno della pagina web di riferimento, mentre il tag title – elemento dedicato ai motori di ricerca – non compare mai nel corpo della pagina, bensì nella sua intestazione, nella barra del titolo del browser e come intestazione principale dello snippet nella SERP.

Dal punto di vista SEO, il tag title è più importante dell’H1, ma entrambi gli elementi vanno ottimizzati per il posizionamento sui motori di ricerca. Seppure possano coincidere, è sempre preferibile differenziarli.

Perché gli heading tags sono importanti per la SEO?

Esistono diverse ragioni per cui i seo header tags siano fondamentali per la Search Engine Optimization e per le attività di digital marketing di brand e personal brand. Qui di seguito le principali. 

Migliorano l’esperienza dell’utente (UX)

I motori di ricerca, Google in primis, danno molta importanza all’user experience. Un sito ben strutturato, con heading tag che separano chiaramente le sezioni del testo, è più facile da leggere e navigare. Di conseguenza, gli utenti rimangono più a lungo sulla pagina, riducendo il tasso di rimbalzo (frequenza di rimbalzo) che è uno dei parametri usati dal motore di ricerca per il posizionamento.

Un’ux ottimale, poi, aiuta il cervello di chi riceve il messaggio a captarlo, a elaborarlo, ad apprezzarlo e a ricordarlo con maggiore facilità. Questo aspetto, troppo spesso sottovalutato, rappresenta il cuore della comunicazione efficace, perché sono le persone (e non i motori di ricerca!) che scelgono prodotti e servizi.

Aiutano i motori di ricerca a capire i contenuti

Le tue pagine non sono interessanti per tutti, ma per una nicchia specifica. Sono proprio le persone che ne fanno parte che dovresti desiderare sul tuo sito web. I seo heading tags sono utili pure per questo: dando una struttura chiara ai contenuti, aiutano i motori di ricerca a capire meglio cosa trattino e per chi.

Ad esempio, il tag H1 dovrebbe contenere il titolo principale e indicare chiaramente il tema centrale dell’articolo. Le sottosezioni – organizzate in H2, H3, ecc. – dovrebbero ampliarlo e approfondirlo, mantenendo una coerenza semantica. Anche la formattazione dei diversi tags heading dovrebbe diminuire in base alla gerarchia.

Ricorda che Google è diventato “più intelligente”: capendo il tuo argomento e le modalità in cui lo affronti, potrebbe decidere di indicizzare il tuo contenuto anche per parole chiave diverse rispetto a quelle che hai scelto, seppure appartenenti alla stessa area semantica

Migliorano il crawling e l’indicizzazione

Uno dei processi fondamentali che consente a Google, Bing, Yahoo e Yandex di indicizzare un contenuto è il crawling: l’attività di un bot o spider che scopre, analizza e scansiona le pagine di una risorsa presente sul web. Gli header tags in html servono in questo caso a suggerire al motore di ricerca quali parti del contenuto siano più importanti.

Influenza diretta sulla SERP

Anche se i tag heading, a differenza dei backlink e della velocità di caricamento del tuo sito web, non hanno un impatto diretto sui fattori di ranking di Google, ne influenzano il posizionamento. Le statistiche dimostrano infatti come i siti attenti alla gerarchia logica e coerente tendano ad avere prestazioni migliori nelle SERP rispetto a quelli che la ignorano. 

Errori comuni con i tag di intestazione

Ancora oggi tantissimi autori di contenuti sbagliano le regole nell’uso degli heading tags. Gli errori più comuni sono:

  • non utilizzarli per lo stile del testo, ma limitarsi soltanto a ingrandire o evidenziare i titoli. I tags, infatti, devono riflettere la struttura logica del contenuto e intervenire sul codice html, non soltanto sull’aspetto visivo;
  • saltare la gerarchia, passando per esempio da un H2 a un H4. Questo confonde i bot e rende la pagina meno comprensibile ai motori di ricerca;
  • trascurare i tags “secondari” (es. H5,H6) pensando che non servano. Si tratta invece di strumenti utilissimi per organizzare contenuti lunghi e dettagliati.

Best practice per ottimizzare i tuoi heading tags

Ti stai chiedendo cosa  puoi fare per ottimizzare i tuoi seo heading tags?

  1. Usa un solo H1 per pagina. Si tratta del titolo principale e deve essere unico e descrittivo, nonché contenere la parola chiave ed essere coerente con gli intenti di ricerca degli utenti.
  2. Utilizza gli H2 per le sezioni principali.
  3. Sfrutta gli H3 per i sottoparagrafi.
  4. Aggiungi I tag H4, H5 e H6 per le note aggiuntive, per gli approfondimenti, per le informazioni di servizio.
  5. Usa le parole chiave negli heading tags senza mai esagerare (keyword stuffing) e senza usare un linguaggio innaturale. 

Sfruttare la SEO per posizionarsi 

Se sei arrivato/a a leggere fin qui, probabilmente è perché hai una tua attività e desideri migliorare la tua visibilità e il tuo business grazie a Google. Se è così, io posso aiutarti a migliorare il tuo posizionamento online, a prescindere che tu sia un brand o un personal brand

Hai letto questo articolo perché il tuo sogno è quello di diventare un/a copywriter di successo? Io ho ciò che fa per te: il mio percorso di coaching 1:1 ti aiuterà a raggiungere il tuo obiettivo, anche se parti da zero. 

Compila il form, raccontami perché sei interessato/a alla SEO e sarai ricontattato/a per scoprire tutte le opzioni adatte al tuo caso. 

Sindrome dell’impostore: cause e rimedi

La sindrome dell’impostore è uno stato mentale che può impedire anche alle persone più competenti e meritevoli di raggiungere il successo autentico. Leggi questo articolo se credi che ti riguardi o se vuoi semplicemente scoprirne le cause più comuni e i rimedi. 

Cos’è la sindrome dell’impostore

Il termine “sindrome dell’impostore” è un fenomeno descritto negli anni ’70 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes e si riferisce all’esperienza interna di tutte quelle persone che non credono di meritare il loro successo personale. 

Chi è affetto da questa particolare sindrome sottostima le proprie capacità e attribuisce gli obiettivi raggiunti al caso, alla fortuna o, più in generale, a fattori esterni.

L’aspetto forse più curioso è che la sindrome dell’impostore sia presente per lo più tra persone che ricoprono ruoli sociali e lavorativi di rilievo. Ciò dimostra come non dipenda da fatti oggettivi, ma dalla sensazione più o meno generalizzata di “ingannare gli altri”. 

Chi soffre di questo stato psicologico ha solitamente bassissimi livelli di autostima e vive il perenne conflitto tra:

  • il desiderio di raggiungere e mantenere standard elevati;
  • la necessità di evitare di essere “smascherato” nella sua presunta incapacità. 

Per queste ragioni, la sindrome dell’impostore è strettamente connessa all’eccesso di perfezionismo sul lavoro. Invece, il contrario della sindrome dell’impostore è l’effetto Dunning- Kruger, quel bias cognitivo che porta a sovrastimare le proprie competenze e a sottostimare quelle altrui.

Sindrome dell’impostore cause

Come nasce la sindrome dell’impostore? Le cause risalgono normalmente all’infanzia. Coloro che si sentono “impostori” sono figli di famiglie che hanno vissuto conflitti importanti, che non sono state capaci di offrire sufficiente supporto emotivo e la cui comunicazione e i cui comportamenti sono stati sempre moderati da regole rigide.

In questi contesti i bambini costruiscono false immagini di loro stessi e provano a mostrare a tutti i costi la loro intelligenza per sentirsi apprezzati, salvo poi crescere nell’insicurezza sulla loro identità, a sviluppare ansia, scarsa autostima, sentimenti di vergogna e necessità di autocontrollo elevato.

La sindrome dell’impostore nel mondo digitale

Come capire se si ha la sindrome dell’impostore? Se pensi di non poter realizzare i tuoi obiettivi, se credi che ciò che fino a oggi hai ottenuto sia merito del caso, se basi la tua autostima su ciò che pensano gli altri di te e sulla percezione delle tue abilità, potresti averla.

Ma non preoccuparti: si tratta di uno stato psicologico più comune di ciò che credi e che spinge molti alla procrastinazione dei loro progetti, a lavorare in maniera eccessiva, a studiare all’infinito nella speranza che arrivi il giorno in cui si sentiranno finalmente competenti.

Il mondo digitale, poi, è spesso rifugio e amplificatore della sindrome dell’impostore, perché è il luogo in cui i soggetti più insicuri possono mettere a confronto l’immagine che hanno di loro stessi stessi con quella che gli altri millantano, in cui possono acquistare senza battuta d’arresto corsi di ogni genere, anche di dubbia qualità.

Come risolverla?

La sindrome dell’impostore può portare difficoltà psicologiche in diversi campi della vita, ma può essere risolta lavorando sulla propria autostima, grazie e un programma di psicoterapia volto ad analizzare, riconoscere e trasformare i pensieri disfunzionali.

Sindrome impostore: 5 verità sul successo nel mondo digitale

Ogni giorno tante persone si rivolgono a me perché interessate a saperne di più sui miei corsi di SEO copywriting, perché vorrebbero diventare copywriter o perché vorrebbero acquisire nuove competenze digitali per far crescere un’attività che svolgono già. In questi casi, quando posso, offro una prima consulenza gratuita che possa aiutarle a orientarsi meglio.

Mi capita spesso di notare come persino i professionisti che lavorano già nel digitale non siano poi effettivamente disposti a smettere di procrastinare il loro successo. Pur sognando una vita libera dal lavoro dipendente, restano a lavorare per decenni in aziende che non li valorizzano, pensando di non essere abbastanza, di non farcela altrimenti, di dover attendere quel “domani” che sarà il momento giusto.

Se ti ritrovi anche solo parzialmente in questa descrizione, so che ti è difficile comprendere in anticipo che il momento giusto non esista e che sia quello che scegli far diventare tale. E so anche che non servirà a nulla raccontarti di quanto tempo prezioso io abbia sprecato prima di lanciare le mie prime offerte.

Voglio però almeno farti sapere 5 cose sul successo che la mia esperienza mi ha insegnato:

  1. la strategia e il mindset contano più delle competenze. Puoi essere pure un genio, ma senza un piano non vai da nessuna parte. Se invece ce l’hai, potrai usare una sola delle tue competenze per farcela. Dunque tutte le preoccupazioni sul non saperne abbastanza sono inutili;
  2. la maggior parte della popolazione svolge attività diverse rispetto alla mia e alla tua, perciò ha potenzialmente bisogno dei miei e dei tuoi servizi. Siccome per vivere ci bastano molti meno acquisti rispetto al numero della “maggior parte della popolazione”, la paura di non riuscire a trovare clienti è paradossale;
  3. la ricerca della perfezione porta lontano dal successo. Se ci si sente in meno rispetto agli altri professionisti, se non si ha il coraggio di pubblicare i propri contenuti per sponsorizzare i propri servizi, le persone non sapranno cosa effettivamente facciamo nella vita e non compreranno mai;
  4. alla base della sindrome dell’impostore ci sono solo false credenze e pochi fatti oggettivi. Le credenze sono solo una bugia, perché si basano sulla generalizzazione di ciò che abbiamo imparato o che ci è stato insegnato in una circostanza che non esiste più. Gli unici fatti oggettivi sono gli obiettivi raggiunti e quelli che si desiderano ancora raggiungere;
  5. la formazione è una costante infinita nella vita. Questo vale per tutti e per qualsiasi professione. Non ci sarà mai un momento in cui si potrà affermare di sapere tutto, ma esiste il momento in cui si decide di mettere a frutto intanto ciò che si ha imparato.

Hai deciso di essere pronto/a? Se anche tu sogni di diventare un imprenditore o un’imprenditrice digitale e vuoi darti l’opportunità di essere felice, compila il form, raccontami del tuo progetto e ti spiegherò come realizzarlo.

Fare storytelling sui social media in poche mosse

Lo storytelling sui social media è una delle strategie più efficaci per costruire e alimentare una community, nonché per trasformare gli utenti in tuoi clienti. Leggendo questo articolo scoprirai come fare per costruire la tua storia.

Cos’è lo storytelling sui social

Fare social storytelling significa premere l’acceleratore sul potenziale narrativo di un brand o personal brand, identificarne gli aspetti salienti e sviluppare una narrazione che li racconti nei canali e nei formati scelti. I suoi elementi essenziali sono:

  • il protagonista;
  • l’ambientazione;
  • il conflitto narrativo;
  • la soluzione o l’epilogo.

L’obiettivo dello storytelling sui social media è quello di creare un legame emotivo con il pubblico. Per questo nessuna storia può essere efficace senza aver prima analizzato a fondo la brand identity e la target audience. Uno degli errori più comuni, infatti, è quello di raccontare l’azienda in maniera autoreferenziale e non i reali bisogni e gli obiettivi delle persone a cui si rivolge. 

Il personaggio: identifica l’archetipo

Esistono brand che ispirano, altri che aiutano. Prima di fare storytelling devi comprendere la tua natura più profonda. Che tipo di azienda o di professionista sei? Come ti comporti? Quali sono i tuoi valori fondanti? Cosa e chi combatti? Quale tone of voice utilizzi? A chi ti rivolgi? 

Secondo la teoria junghiana, esistono 12 archetipi che corrispondono a 12 personalità diverse:

  1. L’INNOCENTE. Ottimista, fiducioso e positivo, è buono di cuore e ricerca felicità e spensieratezza. Incline alla negazione dei problemi, può a volte isolarsi e sentirsi fragile;
  2. L’ORFANO. Ha sviluppato dentro di sé una ferita da abbandono. Conserva però altruismo e rispetto nei confronti del prossimo, con il quale ama collaborare per superare ogni ostacolo. Il suo difetto è quello di essere a tratti cinico e diffidente; 
  3. L’EROE. Combattivo e competitivo, accetta ogni sfida che la vita gli pone innanzi. Combatte le ingiustizie e non si arrende mai. Rischia tuttavia di sacrificare l’etica per raggiungere i suoi scopi; 
  4. L’ANGELO CUSTODE. Generoso, protettivo, empatico, gode della fiducia e della stima di tutti. Fa spesso il martire per far sentire in colpa chi ha approfittato delle sue attenzioni. È incline alla dipendenza affettiva; 
  5. L’AMANTE. Passionale, sensuale, romantico, è ricco di energie positive. Può rischiare di compiere azioni sbagliate a causa della sua impulsività, dell’invidia e della gelosia;
  6. L’ESPLORATORE. Ama la libertà e l’avventura. Viaggia con coraggio, in autonomia. Si tratta di una figura istintiva e incline a provare sempre nuove emozioni. Riesce a persuadere grazie alla sua dialettica, ma è talvolta presuntuoso e superbo;
  7. IL DISTRUTTORE. Provocatore, ribelle e talvolta autodistruttivo. Non si lascia influenzare dal giudizio altrui e può nuocere all’equilibrio altrui;
  8. IL CREATORE. Creativo, anticonformista, amante della libertà. Ha grande fantasia e immaginazione, ama la crescita personale. Rischia di essere incostante e inconcludente, davanti alle sue tante attività;
  9. IL SOVRANO. Leader sicuro, esigente, realistico. Promuove la pace e la risoluzione dei problemi. Il suo grande difetto è quello di avere difficoltà nel gestire la distanza tra sé e gli altri, nonché quello di essere egoista, manipolatore, intollerante; 
  10. IL MAGO. Crea e trasforma continuamente la sua vita e il mondo. Visionario, geniale, creativo, determinato e consapevole di ciò che lo circonda. Può spesso usare le sue capacità per manipolare il prossimo;
  11. IL SAGGIO. Analitico e intuitivo, sfrutta la sua intelligenza per cercare la verità. Tuttavia è presuntuoso e si sente superiore agli altri;
  12. IL GIULLARE. Il suo scopo è quello di portare spensieratezza e felicità. Simpatico, resiliente, ama godersi la vita, divertirsi. Può avere grandi difficoltà ad assumersi delle responsabilità, a elaborare le proprie ferite e a rimanere fedele. 

Scegli l’archetipo che ti rispecchia e pensa a come può affrontare il tuo valore e quindi il messaggio che vuoi esaltare con la tua storia. L’antagonista, ovviamente, sarà rappresentato dalle paure e dagli ostacoli del tuo potenziale cliente. 

Identifica il tuo messaggio

La tua mission, il tuo “why” più profondo è la tua essenza. Come puoi realizzare la tua promessa nella vita delle persone? Identifica il tuo messaggio, il tipo di contenuto e i canali social che possono veicolarlo al meglio. 

Lo storytelling sui social media serve, sostanzialmente, per posizionarti o riposizionarti nell’immaginario dei tuoi interlocutori, generando empatia. Come? Sicuramente attraverso una gestione social efficace, il copywriting e il brand journalism

Vicinanza e comprensione devono essere le tue parole d’ordine per spingere la tua community a partecipare al tuo brand. Racconta gli aspetti più curiosi dei tuoi prodotti o servizi, attraversi storie che risuonino con il pubblico. Abbandona ogni autoreferenzialità, punta sulle emozioni.

Uno dei tanti modi per ottenere tutto questo, per esempio, è quello di lasciare la parola alle esperienze dei tuoi clienti. Lo storytelling sui social, dopotutto, non è il fine ultimo ma un mezzo per connetterti con le persone. 

L’immaginario visivo nello storytelling sui social media

Il social storytelling non può certamente fare a meno delle immagini. Il nostro cervello è pigro e, sui social, lo diventa ancora di più. L’eccesso di stimoli e informazioni a cui è sottoposto a ogni scroll fa sì che vada in “risparmio energetico” e utilizzi quasi solo ed esclusivamente immagini e video per decodificarli.

Conosci bene le emozioni del tuo potenziale cliente? “Ricalcale”, scegli dei colori che le rimandino per farlo sentire compreso, per agganciare la sua attenzione. Puoi verificare con un A/B test i frame che ottengono risultati maggiori e puntare su quelli. Gli stessi, poi, vanno inseriti nelle aree strategiche dei tuoi profili social, come le storie in evidenza Instagram.

Quattro tipi di storie

Le storie non sono tutte uguali. Questo non soltanto perché sono diversi personaggi, messaggi, ostacoli e tono di voce, ma anche perché hanno una fisionomia diversa. Distinguiamo le:

  • storie sorpresa, che hanno un racconto in costante crescita, che culmina con il superamento delle difficoltà. È il modello ideale per le aziende;
  • storie tragiche. L’inizio e la fine non coincidono, perché dopo la crescita del racconto la situazione precipita in tragedia. È il modello ideale per romanzi e melodrammi;
  • storie altalena, che non hanno un andamento costante ma alternano alti e bassi. È il modello di molti personaggi dello spettacolo e delle soap opera;
  • storie di compimento, che iniziano con una brusca caduta, ma che culminano con la felicità totale. È il modello ideale per i personal brand

Comincia oggi a fare social storytelling

Vuoi cominciare a fare storytelling sui social media per la tua attività, ma non sai da dove cominciare? Sappi che è assolutamente normale, nonostante – senza che tu ne sia consapevole – ogni giorno lo incontri in diverse forme. 

Compila il form, raccontami la tua attività e sarò felice di costruire insieme a te la tua storia.

I 7 peccati capitali del greenwashing

Il mondo è in pericolo e l’emergenza climatica ce lo ricorda. Così ci sono aziende che, per aumentare il proprio appeal e per ottenere nuove opportunità di finanziamento, millantano un’attenzione nei confronti dell’ecologia che, in effetti, non hanno. Nonostante il greenwashing continui a persuadere i consumatori poco informati sul tema, si tratta di un’arma a doppio taglio. Leggendo questo articolo scoprirai di cosa si tratti e come promuovere la sostenibilità del tuo brand o personal brand in maniera etica e trasparente. 

Che cosa si intende per greenwashing?

Il termine “greenwashing” mette insieme i termini “green” (verde) e “washing” (pulire) e si riferisce alla tecnica di comunicazione e marketing che cerca di far breccia su quella fetta crescente di consumatori che cerca aziende e prodotti sostenibili. Ovviamente, non attraverso azioni autentiche e trasparenti, ma attraverso una brand strategy atta a costruire un’immagine ingannevole.

È il caso, per esempio, dei fornitori di energia elettrica che, pur promuovendo le fonti di energia rinnovabile, continuano a utilizzare energia proveniente da fonti non rinnovabili come il carbonio.
Ed è il caso pure di H&M che, nonostante la sua “Conscious Collection”, continua ad adottare pratiche di fast fashion che mal si sposano con il rispetto dell’ambiente.

Chi vigila in Italia sul greenwashing?

A vigilare sul greenwashing, in Italia, è l’Antitrust, sulla base di direttive che accomunano l’intera Ue, perché manca ancora una posizione legislativa definita. A tal proposito, il 6 marzo del 2024 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea un nuovo decreto contro il greenwashing, che definisce quali pratiche commerciali gli stati membri devono considerare come ingannevoli:

  • la pubblicità di caratteristiche di sostenibilità di prodotti e/o servizi come vantaggi per il consumatore, quando queste non sono direttamente collegate all’impresa o alla produzione (es. acqua “senza glutine”);
  • l’uso di confronti tra prodotti propri o dei concorrenti per promuovere caratteristiche ambientali, sociali e di durabilità senza un confronto chiaro e oggettivo (es. “40% in meno della plastica usata”);
  • l’utilizzo di marchi di sostenibilità senza certificazione da parte di un’autorità pubblica o comunque di terzi;
  • i claim generici che comunicano l’ecosostenibilità (es. “rispettiamo l’ambiente”);
  • la menzione dei requisiti imposti per legge come vantaggi e non come obblighi normativi;
  • la mancata comunicazione che gli aggiornamenti software possano incidere negativamente sulle performance dei prodotti digitali;
  • comunicazioni di vantaggi presunti che limitano la durabilità dei prodotti;
  • la pubblicità di durabilità di beni nel tempo che non si basano su condizioni d’uso comuni in termini di tempo e di modalità di utilizzo;
  • la formulazione di asserzioni sull’impatto ambientale di un prodotto/servizio, quando quest’ultima dipende dalle strategie di compensazione di emissioni di gas serra.

Nel nostro Paese, diverse associazioni inviano segnalazioni all’autorità competente, oltre che sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno. Alcuni esempi sono Greenpeace e TerraChoice.

Come smascherare il greenwashing

Per contrastare il greenwashing, TerraChoice – società di consulenza ambientale e di marketing con sede in Canada – ha individuato i “7 peccati capitali” che possono aiutarci a identificare tutte le pubblicità ingannevoli:

  1. peccato di omessa informazione (hidden trade-off). Accade quando il brand in questione omette informazioni fondamentali per valutare l’impatto ambientale di prodotti e servizi;
  2. peccato di mancanza di prove (no proof), proprio di chi descrive caratteristiche di sostenibilità senza fornirne la prova o la certificazione;
  3. peccato di vaghezza (“vagueness”), di tutte le imprese che forniscono claim così vaghi da non essere verificabili;
  4. peccato di adorazione di false etichette (worshiping of false labels), quando i brand inventano certificazioni o utilizzano certificazioni esistenti mai conseguite,;
  5. peccato di irrilevanza (irrelevance). Accade quando vengono forniti dettagli irrilevanti per valutare l’effettiva sostenibilità del prodotto/servizio;
  6. peccato del minore dei mali (lesser of two evils), dei brand che fanno credere che il prodotto o servizio proposto sia “meno peggio” di un altro, senza affermare che sia comunque dannoso per l’ambiente;
  7. peccato di mentire (fibbing), proprio di chi dichiara il falso.

I danni del greenwashing su brand e ambiente

Il greenwashing dev’essere combattuto con tutte le nostre forze perché comporta il dirottamento di risorse – anche pubbliche – da iniziative autentiche a imprese poco responsabili. Ciò, di fatto, ostacola il progresso in settori nevralgici come le energie rinnovabili e l’economia circolare. 

Inoltre, questa pratica scorretta mina la fiducia della popolazione nei confronti delle soluzioni ecosostenibili, creando un clima di scetticismo che si traduce nella ripetizione di tutte quelle scelte che ci hanno portati all’attuale emergenza ambientale, persino da parte delle imprese stesse, che potrebbero sentirsi scoraggiate dal mettere in atto politiche a favore della vera sostenibilità.

L’ecologia di facciata fa sì, inoltre, che gli interventi normativi tardino ad arrivare, impegnando le istituzioni a concentrarsi sul contrasto delle pratiche scorrette.

Al netto delle considerazioni etiche e morali, il greenwashing non favorisce neppure i brand che lo utilizzano. Pensiamo, per esempio, al “pandoro gate” di Chiara Ferragni. Senza entrare nel merito delle reali volontà dell’influencer al momento della sua campagna di marketing, possiamo affermare che millantare false azioni benefiche nei confronti dell’ambiente o delle persone può far precipitare la brand awareness.

I segreti del green marketing autentico

Perché le persone comprano da brand sostenibili o presuntamente tali? Le motivazioni possono essere diverse: le norme sociali, l’influenza del gruppo dei pari, la credenza che siano di maggior valore, che il bene fatto agli altri torni indietro e che le proprie azioni possano fare la differenza, il bisogno di sollevarsi dal senso di colpa.

Puntare sulla sostenibilità è una buona scelta, a patto che sia autentica. Il green marketing, a differenza del greenwashing, non ha come obiettivo diretto il consenso e la conversione degli utenti in clienti, bensì la costruzione di una brand identity di valore che sia trasparente, che rifletta davvero l’etica del brand. Si tratta di un impegno profondo nei confronti dell’ambiente, della “casa” che il cliente stesso abita. 

Il “marketing verde” mira allo sviluppo – oltre che alla pubblicità – di prodotti e servizi sostenibili e si traduce spesso nel brand activism, ovvero nella promozione di cambiamenti positivi.

La progettazione, il luogo di disponibilità, il pricing e le attività di marketing dei prodotti green, per mostrare tutta la loro efficacia, devono essere credibili e presuppongono un certosino lavoro di informazione della target audicence. Il miglior modo per raggiungere questo risultato è definire una strategia che allinei i valori dichiarati a quelli praticati e che si avvalga di storytelling e brand journalism per:

  • avere un effettivo ritorno d’immagine;
  • attrarre l’interesse degli investitori;
  • aumentare le vendite e il fatturato;
  • fidelizzare i clienti.

Lo hanno già fatto colossi come Unicredit e Mulino Bianco. Che aspetti per farlo anche tu? Compila il form, raccontami di te e sarai ricontattato/a per cominciare questa nuova avventura.

Diventare food blogger: come fare

Diventare food blogger è l’aspirazione di molti/e appassionati/e di cucina e buon gusto. Come trasformare questo sogno in realtà? Determinazione e costanza sono soltanto due degli ingredienti fondamentali. Leggi questo articolo per scoprire tutti gli altri.

Cosa fa un food blogger?

Per avere determinazione, devi amare ciò che fai. Ma sei davvero certo/a di amare il food blogging? Prima di rispondere a questa domanda e di lanciarti nel tuo nuovo progetto, chiariamo bene di cosa si occupi questa figura.

Il termine “food blogging” venne coniato per la prima volta in America nel 1997, quando nel primo blog “Chowhound” ci si scambiava opinioni sui luoghi migliori in cui andare a mangiare. 
Oggi invece chi apre un blog di cucina è un/a esperto/a del mondo culinario che decide di fare delle sue competenze una professione vera e propria che, negli anni, ha ricevuto importanti riconoscimenti. Nel 2016, infatti, è nata in Italia L’Associazione Italiana Food Blogger.

Il food blogger non è un semplice cuoco o un appassionato di cucina: è un professionista che vive esperienze culinarie, scrive articoli e didascalie per i social, comunica anche attraverso foto e video e sa farlo in maniera strategica.
Se hai dunque soltanto voglia di cucinare e sperimentare nuovi piatti, questa non è la soluzione ideale per te.

Come diventare blogger di cucina

Se sei certo/a di voler intraprendere questa strada il mio primo consiglio è quello di non perdere tempo: come tantissimi altri business, prima si comincia e prima si arriva; prima lo si fa con il piede giusto, meno risorse economiche e meno energie si sprecano. 

Per diventare food blogger è necessario:

  1. definire la propria brand identity;
  2. aprire un sito web ottimizzato per la SEO;
  3. creare i profili social per l’attività e ottimizzarli affinché gli utenti interessati possano trovarli e tu possa usarli per fare social selling;
  4. definire gli obiettivi e la strategia più utile per monetizzare il progetto;
  5. definire il budget per la pubblicità e inserirlo all’interno del proprio piano marketing;
  6. creare il piano editoriale per tutti i canali scelti;
  7. produrre i contenuti, programmarli e garantire loro la migliore visibilità secondo il calendario editoriale definito in precedenza.

Il ruolo dei social media

I social media sono importantissimi per ogni food blogger: sono la via maestra per creare una community attiva, per farsi conoscere da nuovi utenti, per dare visibilità al proprio sito web e ai propri contenuti. 

Spesso mi chiedono come diventare food blogger Instagram. La mia risposta? Sempre aprendo un blog e scrivendo articoli in ottica SEO con costanza e dedizione! Instagram è infatti uno dei social migliori – assieme a YouTube – per chi fa food blogging, ma non può essere lo strumento principale per raggiungere il successo, almeno per due ragioni:

  • sui social siamo solo ospiti, sui nostri siti web siamo a casa nostra. Costruire il proprio business esclusivamente sui social, significa rischiare di perdere tutto a causa dei “padroni di casa” o di terzi, oltre che non poter costruire un brand forte;
  • è il blog a rendere riconoscibile e unico un food blogger. A patto che, ovviamente, scriva dei contenuti di qualità, senza scopiazzare da nessuno e indicizzando i propri articoli su Google in modo da acquisire nel tempo maggiore visibilità, senza che questa dipenda dalle Ads.

Al contrario, si può diventare food blogger senza utilizzare canali diversi rispetto al proprio sito web.

Diventare food blogger: le strategie

Un food writer – a prescindere dalle modalità di monetizzazione scelte – deve mettere in atto strategie utili al coinvolgimento del pubblico. Oltre al SEO copywriting e alla buona scrittura, un food blogger dovrebbe essere originale, dovrebbe riuscire a narrare le pietanze attraverso i cinque sensi, a coinvolgere il lettore, ad accompagnarlo all’interno di ogni esperienza culinaria. E poi dovrebbe essere più che mai attento alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica del cibo.

Una delle strategie migliori per avere successo – da utilizzare in partenza – è quella di individuare una nicchia non competitiva. Lavorare su un settore specifico, infatti, rende più rapidi i primi risultati. Studiando i competitors, poi, si possono trovare i loro punti deboli e offrire agli utenti/lettori una navigazione migliore.

Come guadagnare

Non sai come monetizzare il tuo progetto? Esistono tantissimi modi diversi: spazi pubblicitari, link di affiliazione, post e video con sponsorizzazione di prodotti, partecipazioni a eventi, ricettari e tanto altro. Niente di tutto ciò è possibile senza la SEO, il posizionamento organico del blog su Google.

Se non credi che questo sia ancora possibile, ecco alcuni esempi di chi ce l’ha fatta: Flavia Imperatore (Misya), Benedetta Rossi (Fatto in casa da Benedetta), Chef in camicia, Sonia Peronaci.
Ti basterà digitare questi nomi sulla barra di ricerca di Google per ricevere tutte le loro informazioni e ricette. Questo, ovviamente, ancora una volta grazie alle strategie SEO.

Non sei abile in SEO copywriting, ma non sei disposto/a ad abbandonare il tuo sogno? Hai già un tuo blog, ma non riesci a monetizzare o a raggiungere i risultati che desideri?
Sei nel posto giusto: compila subito il form, raccontami di te e sarai ricontattato/a per risolvere il tuo problema.

Perfezionismo sul lavoro eccessivo: come vincerlo

Il perfezionismo sul lavoro è uno dei più grandi difetti di tanti lavoratori dipendenti, liberi professionisti o freelance, imprenditori digitali e aspiranti tali. Ansia e paralisi d’azione sono alcune delle sue frequenti conseguenze. Se pensi di essere un/a perfezionista e che questa tendenza ti stia bloccando dall’ottenere maggiori risultati, leggi questo articolo per scoprire come risolvere il tuo problema.

Perfezionismo sul lavoro: pregio o difetto?

perfezionisti vengono spesso visti come persone da ammirare da tutti coloro che non sanno quanto si soffra a convivere con questo tratto caratteriale. Chi ricerca eccessivamente la perfezione, infatti, teme il fallimento e si impegna a dismisura nei suoi compiti, controllando e ricontrollando le operazioni svolte.

Ma quando il perfezionismo è da considerarsi “normale” e quando “nevrotico”? Ad aiutarci in questa distinzione è D.E. Hamacheck con un suo studio del 1978: per lo psicologo, il perfezionista normale vive gli errori come possibilità di crescita, senza alcun timore del giudizio altrui, mentre il perfezionista nevrotico ha una costante paura di fallire, svaluta gli obiettivi raggiunti e sottolinea i suoi errori.

Le “manie di perfezionismo” possono comportare problemi di salute, nelle relazioni e persino sul posto di lavoro:

  • ansia, stress, irritabilità ed esaurimento nervoso;
  • difficoltà nel rispettare le scadenze;
  • difficoltà nel delegare i compiti;
  • incapacità di valutare i problemi in maniera razionale e, quindi, di trovare soluzioni adeguate;
  • grandi sforzi e autodisciplina per poter mantenere una vita sociale e familiare soddisfacente per mancanza di tempo;
  • intolleranza nei confronti dei propri errori, scarsa autostima e tendenza alla depressione;
  • pretese e obiettivi sempre più irrealizzabili;
  • disturbi del sonno e dell’alimentazione;
  • procrastinazione delle attività come protezione dal fallimento.

Perfezionismo e ansia

Al contrario di ciò che si pensa, il perfezionismo disfunzionale non fa svolgere meglio il proprio lavoro, anzi. Immagina il tuo livello di energia come la batteria del tuo smartphone: se impieghi una quantità di tempo ed energia crescenti per controllare ogni dettaglio, finisci per non avere più il tempo per produrre ciò che serve nei tempi giusti.

Per la stessa ragione, essere eccessivamente rigidi significa non lasciare più spazio alla creatività, in un momento storico in cui differenziarsi è necessario per eccellere. Senza considerare, poi, che rincorrere standard sempre più elevati e irrealistici si traduce nella sfiducia nei confronti delle propria capacità, nella sovrastima delle capacità altrui e quindi in un circolo vizioso senza fine che rende impossibile la felicità.

La mancanza di felicità, in fondo, non è altro che l’antitesi del successo. Sei d’accordo?!

Perfezionismo: da dove nasce

Secondo gli esperti, le manie di perfezionismo sul lavoro derivano da fattori biologici e fattori ambientali. Se alcuni soggetti sembrano essere “caratterialmente” più propensi al raggiungimento di standard elevati, la maggior parte delle persone che vivono questi problemi ha “imparato” a comportarsi così nel corso della vita.

Genitori e insegnati, per esempio, potrebbero aver elogiato il raggiungimento di successi scolastici e personali, punito e rimproverato gli errori, rinforzato i comportamenti perfezionistici e comunicato attraverso parole e azioni che per essere “bravi” e “amati” occorra essere prestanti nei risultati.

Questo sembra essere il messaggio dell’attuale società della performance, dove viene premiato solo il raggiungimento degli obiettivi che altri hanno stabilito, dove l’estetica e il numero di seguaci sui social finiscono per determinare la capacità di influenzare le scelte collettive, dove il successo è sinonimo di un salato conto in banca.

Le donne portano un peso multiplo: se agli uomini è socialmente richiesto di lavorare, tanto da garantire loro maggiori opportunità, dalle donne si pretende la maternità, la cura della casa, la cura del corpo, la cura della mente, il contributo economico alla famiglia.

Liberarsi da questa continua pressione e riappropriarsi della serenità è il primo passo verso la felicità.

Come sconfiggere la mania di perfezione

Come si guarisce dal perfezionismo? Esplorando nuovi modi di vivere e i sentimenti positivi che ne derivano. Con un professionista della salute mentale il percorso è breve. 

Se pensi che la tua passione per il lavoro stia diventando eccessiva o che la preoccupazione nei confronti dei tuoi obiettivi e risultati stia occupando troppo tempo all’interno delle tue giornate, ricorda che:

  1. puoi raggiungere soltanto obiettivi realistici e raggiungibili che si basano sui tuoi desideri e non su quelli quelli altrui;
  2. vivere il viaggio verso l’obiettivo e non soltanto il suo raggiungimento è la via per riconoscere il proprio valore, per valutare le proprie inclinazioni e il gradimento delle proprie azioni;
  3. tutti i sentimenti negativi possono essere trasformati in una grande opportunità di crescita. Basta interrogarsi sulla causa più profonda che li ha generati;
  4. avere paura è sinonimo di intelligenza, tuttavia talvolta ci preoccupiamo di qualcosa che non esiste ma è soltanto un’ipotesi futuribile. Quando capita è bene chiedersi cosa effettivamente si stia temendo e quale sia la cosa peggiore potrebbe accadere;
  5. gli errori e i fallimenti vengono commessi solo da chi agisce. Soltanto chi sta fermo non sbaglia, ma non raggiunge neppure grandi risultati. Fallire un’azione non significa essere persone fallite, occorre contestualizzare e utilizzare l’errore per imparare a non ricommetterlo. Così hanno fatto tutti i grandi imprenditori che si sono rialzati mille volte prima di passare alla storia;
  6. meglio evitare l’improduttivo pensiero bianco/nero per cui l’impegno deve essere sempre massimo, per ogni attività. È preferibile selezionare quelle a cui prestare maggiore attenzione e provare a rilassarsi in quelle meno rilevanti;
  7. nessuno di noi è così importante da rendere un proprio errore motivo di vero scandalo permanente. Puoi dunque smettere di preoccuparti di cosa gli altri pensino di te sui social, in palestra o a lavoro. Se hai commesso qualcosa di cui ti vergogni, sappi che la maggior parte delle persone nemmeno se ne sarà accorta, né valuterebbe il tuo errore come te, e che la restante lo dimenticherà nel giro di poche ore, giorni o mesi;
  8. volersi bene significa apprezzarsi, dando a se stessi ciò che si darebbe al proprio figlio. Evita di giudicarti male, festeggia ogni tuo piccolo successo, sii grato/a alla vita ogni giorno.

Il perfezionismo nel lavoro digitale

Nel lavoro digitale il perfezionismo può essere un vero e proprio dramma. È il caso di tutti coloro che, non sentendosi mai abbastanza, continuano a seguire infiniti corsi di formazione senza monetizzare le loro competenze. È il caso di chi da tempo vuole realizzare un proprio progetto, ma procrastina perché non ha ancora trovato il giusto layout da usare per i propri profili social. Ed è il caso di quelli che non sono costanti e non costruiscono una loro community perché sentono l’esigenza di essere sempre “perfetti” quando appaiono online.

Il tempismo e la serenità sono i benefici migliori che puoi offrire a te stesso/a e che non hanno alcun costo. Rinviare i tuoi progetti, come ho fatto io per tanto tempo, e utilizzare le tue energie in maniera improduttiva, rallenta e riduce la tua opportunità di crescita e di successo.

Compila il form, richiedi subito la mia consulenza strategica e inizia a raggiungere i tuoi obiettivi, godendoti tutto il viaggio.  

Social selling per trovare/fidelizzare nuovi clienti

Il social selling è in continua crescita. È ciò che consente a milioni di aziende e professionisti nel mondo di concludere affari importanti, anche senza aver mai incontrato l’acquirente in questione. Leggendo questo articolo scoprirai come farlo anche tu. 

Che cos’è il social selling?

Il social selling o social media selling è la strategia di vendita che permette ad aziende e professionisti di individuare gli utenti in target, connettersi con loro, comprendere le loro esigenze e risolvere i loro problemi.

Quali sono i maggiori benefici dell’adozione del social selling in una strategia di vendita? Oltre all’aumento delle vendite, ci sono tanti vantaggi correlati:

  • fidelizzazione dei clienti. Parlare in chat, condividere lo storytelling dei propri prodotti o servizi, commentare ciò che accomuna brand e persone, significa stringere relazioni durature e di fiducia;
  • up selling, cross selling e down selling su scala più ampia. Rendere immediatamente partecipi gli utenti delle novità, dà l’opportunità ai clienti fidelizzati di acquistare un nuovo prodotto/servizio e agli utenti più titubanti di “provare” l’efficacia del brand con soluzioni dal costo minore;
  • efficacia del customer care;
  • miglioramento del processo d’acquisto del cliente;
  • incremento della copertura organica dei contenuti;
  • miglioramento della reputation.

Come fare social selling

Se non hai mai fatto social media selling, devi intanto concentrarti sulla costruzione dei preliminari:

  1. definizione della brand identity e costruzione del tuo personal brand;
  2. analisi della tuo audience target e scelta dei social media più adatti al tuo piano di comunicazione;
  3. predisposizione di un percorso d’acquisto semplice, chiaro e immediato;
  4. sviluppo della brand strategy e del piano editoriale da seguire sui social;
  5. creazione di contenuti rilevanti e coinvolgenti per il proprio target.

Le strategie migliori di social media selling

Esistono tante strategie utili per fare social selling. Partono tutte da una prospettiva inbound, ovvero dalla creazione di contenuti di valore ed esperienze su misura del cliente ideale al fine di attrarlo e spingerlo alla richiesta di informazioni o all’acquisto immediato. 

Se vuoi avere successo (anche) grazie ai social, devi concentrarti sulla pertinenza delle informazioni: su un buon profilo non devono mancare keywords e hashtag relativi al settore e al brand, una foto professionale di qualità, una bio chiara, un link al sito web o alla landing page, i contatti.

Su un profilo professionale efficace devono essere presenti pure news emergenti e post educativi che rispondano ai dubbi e ai problemi dei tuoi potenziali clienti. Per conoscerli è buona norma visitare i profili dei propri competitors e leggere i commenti. 

Scommetto che capiti pure a te di pensare che le persone a te vicine siano quelle che ti rimangono accanto nei momenti più belli e più brutti della tua vita. Così è per tutti: un principio sempre valido è quello del social events trigger selling, secondo cui i clienti vanno seguiti in tutti gli eventi più importanti della loro vita, privati e professionali.

Un compleanno, la nascita di un figlio, un avanzamento di carriera rappresentano un’ottima opportunità per aprire una connessione di valore che consolidi il rapporto. Allo stesso modo un lutto, una malattia, una sconfitta meritano un pensiero di incoraggiamento. 

Tra le strategie migliori per il social media selling c’è, ovviamente, lo storytelling. Perché rendere narrabile un brand e il mondo che gli ruota attorno stabilisce un legame emotivo con il pubblico.

E poi c’è il referral selling, che consiste nel “passaparola” sui social. Invitare gli utenti a condividere i contenuti e a parlare della loro esperienza è un ottimo modo per farsi conoscere e per dimostrare l’efficacia dei propri prodotti/servizi. Per questo si può anche ricorrere all’aiuto di un influencer.

A nulla, invece, serve chiedersi quali siano i canali social più diffusi o che abbiano venduto di più: i social network da scegliere sono sempre quelli frequentati dalla propria nicchia.

Il tuo piano per il successo

Rispetto alla vendita personale – o personal selling – il social selling ti dà la straordinaria opportunità di ottenere visibilità e di attrarre un numero potenzialmente infinito di clienti.

Attenzione, non esistono magie: è utopistico aprire un profilo social e aspettarsi che in un mese migliaia di persone sconosciute acquistino i nostri prodotti o servizi, semplicemente perché attratti da uno o più contenuti pubblicati.

Ma le campagne di contatti, i webinar e l’integrazione del personal selling sono alcune delle tante strategie che possono, soprattutto all’inizio, sopperire al problema e accelerare il processo di crescita. Ciò vale tanto per le aziende, quanto per i personal brand o gli aspiranti tali per il marketing B2B e B2C.

Sei stanco/a di restare a guardare la crescita altrui e di vedere arrancare la tua? Smetti di procedere a tentoni, di cambiare continuamente strategia o di pensare che il successo non sia per te. Piuttosto compila il form, raccontami i tuoi obiettivi e sarò felice di spiegarti come posso aiutarti a raggiungerli. 

Brand strategy: esempi e come crearla

La brand strategy è uno degli essenziali per un business di successo, per posizionarsi sul mercato o per riposizionarsi dopo un periodo di crisi e per ottenere i risultati desiderati. Leggendo questo articolo scoprirai di cosa si tratta, a cosa serve e come costruire la tua in modo semplice. 

Cosa significa brand strategy e a cosa serve

Con il termine “brand strategy” o strategia del brand si intende il piano strategico di breve, medio e lungo periodo che riguarda lo sviluppo di un marchio e che serve:

  • al rafforzamento del valore;
  • alla comunicazione al pubblico di riferimento;
  • al coinvolgimento emotivo del pubblico e alla sua fidelizzazione;
  • al raggiungimento degli obiettivi prefissi;
  • alla percezione del brand e dei suoi prodotti/servizi;
  • all’incremento delle vendite;
  • al posizionamento e al consolidamento sul mercato;
  • alla costruzione e al mantenimento della reputation.

Brand strategies vs brand identity

Non sai quale sia la differenza tra strategia del brand e brand identity? Quest’ultima è soltanto una parte della prima e riguarda le modalità con cui il marchio si presenta al pubblico, i valori che comunica, la sua filosofia, il tone of voice e le sue caratteristiche fisiche. La brand strategy, invece, include tutti gli aspetti dello sviluppo del brand, persino il pricing.

Brand strategy esempi

La branding strategy può portarti più in alto di quanto speri di arrivare. È successo a brand oggi molto famosi, come quelli che ti elenco qui.

Apple: “Think different”

Apple ha deciso di puntare sul design e sull’innovazione ed è riuscita a sviluppare una strategia coerente attorno a questi due concetti. I negozi, le pubblicità, i prodotti e la comunicazione mantengono linee essenziali.

Lego: “Invent, build, play”

La creatività è la parola d’ordine di Lego che ci ha dimostrato come i veri creativi sappiano costruire mondi incantevoli a partire da soli mattoncini colorati. In tutti i suoi negozi la costruzione di personaggi e mondi fantastici; nelle pubblicità, il legame tra bambini, attività di vita quotidiana e costruzioni Lego.

Dior: il valore dell’esclusività

Dior è la maison dell’haute couture e ha fatto del lusso e dell’esclusività i suoi valori principali. Per questo nelle sue campagne pubblicitarie punta sempre sui contenuti di qualità, sull’esaltazione dei sensi a partire dai piccoli particolari, sui colori bianco e oro, ripresi tanto nel packaging quanto nei negozi.

Barbie: “Puoi essere tutto ciò che desideri”

La famosa bambola di Mattel incarna il desiderio di bellezza e promette a tutte le bambine di poter raggiungere il modello che desiderano. Per questo ha fatto del colore rosa il suo distintivo e consente di scegliere tra tante opzioni diverse che spaziano dalla moda ai diversi settori del mondo del lavoro. 

Come sviluppare una brand strategy?

Se stai pensando di sviluppare la strategia per il tuo brand o personal brand, ma non sai da dove partire, ecco come farlo in modo semplice:

  1. definisci la tua brand identity. Chiediti cosa ti renda unico/a, quali siano i tuoi valori, il tuo pubblico, la tua vision, la tua mission. Chiediti poi quale sia il tuo valore aggiunto e come desideri che gli altri ti percepiscano;
  2. analizza a fondo il tuo pubblico, individuando i suoi bisogni, le sue abitudini, i suoi problemi, i suoi desideri più profondi, le sue emozioni;
  3. analizza i tuoi concorrenti, facendo un’attenta analisi di mercato. Così potrai comprendere le tendenze, gli eventuali gap nelle offerte, il livello di domanda;
  4. crea il tuo piano marketing e individua i prodotti e i servizi su cui vuoi basare la tua selling proposition;
  5. predisponi obiettivi specifici, misurabili, raggiungibili, rilevanti e basati sul tempo;
  6. se non sei da solo/a, distribuisci le mansioni in base a competenze e attitudini;
  7. crea il tuo piano editoriale strategico, per tutti i tuoi canali di comunicazione;
  8. impegnati a essere coerente e costante;
  9. lavora sulla cura delle relazioni, sia dei tuoi potenziali clienti, sia di chi ti già scelto/a;
  10. aggiornati costantemente, crea un calendario che contempli proposte adeguate a determinati periodi dell’anno (variabili in funzione del settore) e non smettere mai di innovare il tuo business, facendo tesoro dei feedback e analizzando le tue performance.

La tua strategia di comunicazione brand oriented

Le branding strategies efficaci, poi, non possono fare a meno di una comunicazione brand oriented, ovvero di una strategia di marketing che sia focalizzata non sul prodotto o servizio, bensì sul marchio. Lo ha fatto per esempio McDonald’s, che ha voltato pagina dopo un periodo di forte crisi grazie al brand journalism

Provo a spiegarmi meglio. Immagina per un attimo di essere esperto/a nello sviluppo di app per Android e di averne sviluppato una interessante per editare le foto scattate con lo smartphone. Potresti scegliere due strade: sponsorizzare esclusivamente la tua app, oppure puntare sul tuo brand, posizionandoti come leader della tua nicchia.

Nel primo caso potresti riscuotere successo immediato, ma dopo un po’ arriverebbe un’app più performante della tua a vanificare ogni risultato. Nel secondo caso, invece, attireresti persone interessate al tuo brand, ai tuoi valori, alla tua attività, propense a rivolgersi a te per risolvere i loro problemi o esaudire i loro desideri specifici. 

Ricorda: le persone compreranno da te non perché ciò che proponi sia in assoluto il servizio/prodotto migliore al mondo, ma perché tu sarai capace di farle sentire come desiderano. 

Se questo è ciò che vuoi ottenere, se i risultati raggiunti fino a ora non ti piacciono oppure se vuoi semplicemente passare al tuo livello successivo…io posso aiutarti! Compila il form, raccontami del tuo progetto e sarà felice di spiegarti come realizzarlo.

Siti vendita online: le migliori piattaforme del 2025

Ti sei mai chiesto/a quale sia il modo migliore per iniziare a vendere online? Se stai leggendo questo articolo, probabilmente sei alla ricerca di una soluzione per monetizzare le tue competenze o i tuoi prodotti attraverso internet. E hai fatto centro, perché i siti vendita online rappresentano oggi un’opportunità senza precedenti sia per chi vuole creare un’entrata extra in un momento di difficoltà, sia per chi desidera costruire un’attività imprenditoriale digitale.

Il mercato dell’e-commerce continua a crescere a ritmi impressionanti, con un potenziale superamento della soglia dei 75 miliardi nell’arco di quest’anno.Ma quali sono i migliori siti per vendere online nel 2025? E soprattutto, quale piattaforma è più adatta alle tue specifiche esigenze? In questo articolo troverai molte opzioni disponibili, dai colossi internazionali alle piattaforme emergenti, dai marketplace generalisti a quelli specializzati, fino alle soluzioni per vendere servizi professionali online.

Come scegliere tra marketplace ed e-commerce proprietario

Se vuoi vendere online, devi scegliere intanto tra due approcci differenti. Da un lato abbiamo i marketplace, piattaforme dove puoi vendere i tuoi prodotti insieme a migliaia di altri venditori, beneficiando di un traffico già esistente ma accettando di condividere parte dei profitti e di seguire regole precise. Dall’altro lato troviamo gli e-commerce proprietari, siti web dedicati esclusivamente alla tua attività, dove hai il controllo totale, ma devi costruire il tuo pubblico da zero.

La scelta dipende da numerosi fattori: il tuo budget, le tue competenze tecniche, i tuoi obiettivi a lungo termine e la natura dei prodotti o servizi che intendi vendere.

I marketplace si dividono poi in due categorie:

  1. marketplace orizzontali, piattaforme dove puoi vendere praticamente di tutto, dal cibo all’elettronica, dall’abbigliamento agli oggetti per la casa;
  2. marketplace verticali, specializzati in settori specifici, come l’abbigliamento, l’elettronica, i servizi professionali o i prodotti artigianali.

Per quanto riguarda gli e-commerce proprietari, le opzioni principali sono:

  1. e-commerce su template, soluzione rapida ed economica, utilizzando piattaforme come Shopify, WooCommerce o Wix;
  2. e-commerce personalizzato, sviluppato su misura da professionisti, offre massima flessibilità, ma richiede un investimento iniziale più consistente.

La mia esperienza con diversi clienti mi ha insegnato che la strategia migliore, soprattutto per chi inizia, è spesso un approccio ibrido: partire con un marketplace per testare il mercato e acquisire i primi clienti, per poi evolvere verso un e-commerce proprietario una volta consolidato il business.

I migliori marketplace orizzontali del 2025

Amazon: il gigante inarrestabile

Amazon resta il punto di riferimento indiscusso del commercio elettronico globale. Con oltre 300 milioni di utenti attivi e una presenza in più di 180 paesi, offre un potenziale di visibilità senza paragoni. Nel 2025, Amazon ha ulteriormente rafforzato la sua posizione con l’introduzione del programma “Prime Business”, dedicato alle aziende, e ha integrato nuovi strumenti di intelligenza artificiale per supportare i venditori nell’ottimizzazione delle inserzioni e nella gestione del magazzino.

Per vendere su Amazon è necessario scegliere tra due piani:

  • piano individuale, adatto per chi vende meno di 40 prodotti al mese, prevede una commissione di €0,99 per ogni articolo venduto, oltre alle percentuali variabili in base alla categoria;
  • piano professionale, con un costo fisso di €39 al mese, è l’opzione ideale per chi ha un catalogo più ampio o volumi di vendita consistenti.

Il vantaggio principale di Amazon è l’enorme bacino di utenti già pronti all’acquisto. Lo svantaggio? La concorrenza feroce e le commissioni che possono erodere significativamente i margini, soprattutto per prodotti a basso valore.

eBay: il marketplace delle occasioni

eBay, pioniere del commercio elettronico, continua a rappresentare una soluzione eccellente per chi vende oggetti unici o da collezione. Nel corso del 2025, la piattaforma ha rinnovato completamente la sua interfaccia, introducendo un sistema di intelligenza artificiale che facilita la creazione degli annunci, suggerendo automaticamente titoli, descrizioni e prezzi competitivi.

A differenza di Amazon, eBay offre la possibilità di vendere sia a prezzo fisso che tramite aste, una formula che può rivelarsi particolarmente vantaggiosa per articoli di valore o da collezione. Le commissioni variano tra il 5% e il 12% del prezzo finale, a seconda della categoria.

AliExpress: dall’Oriente con furore

Se stai cercando siti vendita online cinesi con un mercato globale, AliExpress è la risposta. Questa piattaforma del gruppo Alibaba ha vissuto una trasformazione significativa nel 2025, aprendosi maggiormente ai venditori europei con un programma chiamato “European Sellers Program” che include supporto in lingua locale e spedizioni facilitate.

Particolarmente interessante è la totale assenza di abbonamenti mensili: AliExpress si limita a trattenere una commissione che varia dal 5% all’8% sul valore della transazione. Il rovescio della medaglia? Un’immagine ancora fortemente associata ai prodotti a basso costo, che potrebbe non essere ideale per chi vende articoli di fascia alta.

Marketplace specializzati: trovare la propria nicchia

Etsy: il regno dell’artigianato

Etsy rimane incontrastato come miglior marketplace per prodotti artigianali, fatti a mano o vintage. Nel 2025, la piattaforma ha introdotto “Etsy AR”, una funzionalità che permette agli acquirenti di visualizzare gli oggetti in realtà aumentata prima dell’acquisto, particolarmente utile per mobili, decorazioni e accessori per la casa.

Le commissioni sono rimaste relativamente stabili: €0,20 per ogni inserzione (che resta attiva per quattro mesi) più una commissione del 6,5% sul prezzo di vendita. Il punto di forza di Etsy è il pubblico altamente targetizzato, composto da persone disposte a pagare un premium price per oggetti unici e personalizzati.

Vinted e Wallapop: i campioni dell’usato

Se sei alla ricerca di siti vendita online usato, non puoi ignorare Vinted e Wallapop, due piattaforme che hanno rivoluzionato il mercato dell’abbigliamento e degli oggetti di seconda mano.

Vinted, in particolare, si è affermato come uno dei migliori siti per vendere online vestiti usati, con una community in continua crescita e un’attenzione particolare alla sostenibilità. La novità del 2025 è il sistema di verifica degli articoli di lusso, che garantisce l’autenticità dei capi firmati.

Wallapop, dal canto suo, ha ampliato il suo raggio d’azione oltre l’abbigliamento, diventando un punto di riferimento per la compravendita di elettronica, mobili e oggetti per la casa usati. Entrambe le piattaforme condividono un modello di business user-friendly: nessuna commissione per il venditore, ma solo servizi a pagamento opzionali per aumentare la visibilità degli annunci.

Farfetch e Zalando: lusso e moda mainstream

Per chi è interessato a siti vendita online abbigliamento di fascia alta, Farfetch rappresenta la soluzione ideale. Nel 2025, la piattaforma ha introdotto una sezione “Designer Lab” dedicata ai designer emergenti, offrendo un’opportunità unica per i nuovi talenti della moda.

Zalando, d’altra parte, si rivolge a un pubblico più ampio, con un’offerta che spazia dai brand premium a quelli più accessibili. La nuova funzionalità “Zalando Connect” permette ai piccoli negozi fisici di utilizzare la piattaforma come canale di vendita aggiuntivo, connettendo il loro inventario al marketplace online.

Spartoo e Sarenza: i regni delle calzature

Chi cerca siti vendita online kmscarpe non può ignorare Spartoo e Sarenza, due piattaforme specializzate che nel 2025 hanno ulteriormente consolidato la loro posizione nel mercato.

Spartoo, in particolare, ha esteso la sua offerta ben oltre le calzature, includendo abbigliamento, accessori e prodotti per la casa, ma mantenendo il suo know-how originale come punto di forza. La piattaforma è attiva in oltre 30 paesi e rappresenta un’ottima porta d’accesso per i mercati internazionali.

Siti vendita online in Italia

Il panorama italiano offre diverse alternative ai grandi marketplace internazionali, con piattaforme che hanno saputo conquistare la fiducia degli utenti locali.

Subito.it: il campione nazionale

Subito.it si conferma come uno dei siti vendita online più popolari in Italia, con oltre 13 milioni di utenti mensili. La piattaforma ha recentemente introdotto “Subito Professional”, una sezione dedicata alle piccole aziende e ai professionisti, con strumenti avanzati per la gestione degli annunci e statistiche dettagliate sulle performance.

La pubblicazione di annunci base resta gratuita, mentre i servizi premium per aumentare la visibilità hanno costi variabili a partire da €0,69. Un vantaggio significativo è la possibilità di vendere localmente, evitando le complessità della spedizione.

Kijiji: l’alternativa in crescita

Meno noto ma in rapida ascesa, Kijiji rappresenta un sito di vendita online tipo Subito ed eBay in Italia. La piattaforma si distingue per la sua interfaccia pulita e l’attenzione alla user experience, fattori che nel 2025 hanno contribuito a una crescita del 40% della base utenti.

ManoMano e Leroy Merlin: i leader del bricolage

Nel settore del fai-da-te e del giardinaggio, ManoMano si è affermato come uno dei siti vendita online più importanti in Europa. L’espansione in Italia ha avuto un’accelerazione nel 2025, con l’introduzione di servizi di consulenza virtuale per aiutare i clienti a scegliere i prodotti più adatti ai loro progetti.

Leroy Merlin, dal canto suo, ha potenziato la sua presenza online integrando il marketplace nel suo ecosistema di servizi, permettendo anche a venditori terzi di proporre i loro prodotti sulla piattaforma.

Siti vendita online elettronica: le alternative specializzate

PC Componentes e Unieuro Marketplace

Nel settore dell’elettronica, PC Componentes ha consolidato la sua posizione come leader nel mercato spagnolo e italiano, specializzandosi in componenti per computer, periferiche e prodotti tech. La novità del 2025 è l’introduzione del servizio “PC Build”, che permette ai clienti di configurare un computer su misura e riceverlo già assemblato.

Unieuro ha lanciato il suo marketplace, aprendo la piattaforma a venditori terzi e creando una nuova opportunità per chi desidera raggiungere il pubblico italiano con prodotti di elettronica.

BackMarket: il futuro è ricondizionato

In un’ottica di sostenibilità, BackMarket si è affermato come il principale marketplace per prodotti elettronici ricondizionati. Nel 2025, la piattaforma ha introdotto un innovativo sistema di garanzia estesa e un processo di certificazione ancora più rigoroso, aumentando la fiducia dei consumatori nei prodotti di seconda mano.

Siti per vendere online da privato: le soluzioni senza complicazioni

Se sei un privato che desidera vendere oggetti occasionalmente, esistono piattaforme pensate specificamente per te.

Facebook Marketplace e Instagram Shop

L’ecosistema Meta continua a offrire opportunità interessanti per i venditori privati. Facebook Marketplace si conferma come una delle soluzioni più semplici e immediate, con la possibilità di raggiungere potenziali acquirenti nella propria zona. La novità del 2025 è l’integrazione con Facebook Pay, che rende le transazioni più sicure e tracciabili.

Instagram Shop, dal canto suo, ha semplificato il processo di vendita per i creator e i piccoli business, permettendo di taggare i prodotti direttamente nei post e nelle storie, creando un’esperienza di shopping fluida all’interno dell’app.

Siti di vendita online gratis: iniziare senza investimenti

Se il budget è limitato, esistono siti per vendere online senza investimenti iniziali significativi.

Depop e Vestiaire Collective

Per chi vuole vendere abbigliamento e accessori, Depop offre un’esperienza simile a Instagram ma focalizzata sullo shopping. La registrazione è gratuita, e le commissioni (10% sul prezzo di vendita) vengono applicate solo in caso di successo.

Vestiaire Collective, specializzata in articoli di lusso di seconda mano, ha introdotto un servizio di autenticazione avanzato basato sull’intelligenza artificiale, che analizza le foto dei prodotti per verificarne l’autenticità prima ancora che vengano spediti al centro di controllo.

Vendere servizi online: le piattaforme per professionisti

Il mondo digitale non offre opportunità solo per chi vende prodotti fisici, ma anche per chi propone servizi professionali, come il SEO copywriting e il web editing.

Fiverr e Upwork: i giganti del freelancing

Se stai cercando siti per vendere prestazioni professionali, Fiverr e Upwork restano i leader indiscussi. Nel 2025, Fiverr ha introdotto “Fiverr Pro Plus”, un programma dedicato ai freelancer di alto livello che offre visibilità preferenziale e commissioni ridotte.

Upwork, con il suo nuovo sistema di matching basato sull’intelligenza artificiale, facilita l’incontro tra professionisti e aziende, analizzando in profondità competenze e requisiti dei progetti.

Vuoi diventare freelance? Scopri le professioni più richieste.

Copyfacile e ContentKing: specializzati per copywriter

Per chi cerca siti per vendere servizi di copywriting, il panorama italiano si è arricchito con piattaforme verticali come Copyfacile e ContentKing. Questi marketplace specializzati mettono in contatto copywriter professionisti con aziende alla ricerca di contenuti di qualità, offrendo strumenti specifici per la gestione dei progetti di scrittura e un sistema di rating che valorizza l’esperienza e la qualità del lavoro.

Qual è il miglior sito per comprare online? La prospettiva del consumatore

Comprendere il comportamento dei consumatori è fondamentale per chi vuole vendere online con successo. Secondo le ultime ricerche di mercato, i fattori che determinano la scelta di un marketplace da parte degli acquirenti sono:

  1. affidabilità e sicurezza nelle transazioni;
  2. politiche di reso chiare e favorevoli;
  3. varietà dell’offerta;
  4. competitività dei prezzi;
  5. recensioni autentiche e verificate.

Amazon continua a dominare le preferenze dei consumatori italiani, seguito da eBay e dai marketplace delle grandi catene di distribuzione come Unieuro e MediaWorld. Tuttavia, si nota una crescente tendenza verso piattaforme specializzate, che offrono un’esperienza d’acquisto più curata e personalizzata.

Qual è il miglior marketplace per i venditori nel 2025?

La risposta a questa domanda dipende fortemente dalla natura dei tuoi prodotti o servizi, dal tuo modello di business e dai tuoi obiettivi.

Per chi vende prodotti di largo consumo con margini contenuti, Amazon resta la scelta più ovvia grazie all’enorme volume di traffico. Per prodotti artigianali o unici, Etsy offre un pubblico più mirato e disposto a spendere di più.

I venditori di prodotti usati troveranno in Vinted, Wallapop e Subito le piattaforme ideali, mentre i professionisti dovrebbero considerare marketplace verticali specifici per il loro settore.

Quali sono i migliori siti per vendere prodotti usati online?

Nel 2025, il mercato dell’usato ha acquisito una dignità completamente nuova, grazie a una maggiore attenzione alla sostenibilità e a piattaforme sempre più sofisticate.

Per l’abbigliamento usato, Vinted resta la scelta principale, seguita da Depop per uno stile più urban e giovanile. Per gli oggetti di uso quotidiano, Subito e Wallapop offrono la possibilità di vendere localmente, evitando i costi di spedizione.

Per prodotti elettronici ricondizionati, BackMarket e Swappie rappresentano le opzioni più strutturate, con processi di verifica rigorosi che rassicurano gli acquirenti.

Strategie per il successo nella vendita online nel 2025

Indipendentemente dalla piattaforma scelta, il successo nella vendita online richiede una strategia ben definita. Ecco alcuni consigli basati sulla mia esperienza con centinaia di clienti:

  1. investi in fotografie professionali. Nell’era dell’eccesso di stimoli visivi, la qualità delle immagini fa la differenza tra un click e uno scroll;
  2. cura le descrizioni, sii dettagliato/a, trasparente e utilizza un linguaggio che risuoni con il tuo pubblico target;
  3. gestisci attivamente le recensioni. Rispondi a feedback positivi e negativi, mostrando attenzione e professionalità.
  4. sfrutta i dati, analizza le performance delle tue inserzioni e adatta la strategia di conseguenza;
  5. considera un approccio multicanale, non limitarti a una singola piattaforma, ma sperimenta diverse soluzioni per massimizzare la tua visibilità;
  6. automatizza dove possibile, utilizza strumenti di gestione dell’inventario e delle inserzioni per risparmiare tempo prezioso.

Il futuro è omnicanale

Il panorama dei siti vendita online nel 2025 è caratterizzato da una crescente specializzazione e dalla necessità di un approccio omnicanale. Non esiste una piattaforma perfetta per tutti, ma una combinazione di soluzioni che si adattano alle specifiche esigenze di ogni venditore.

La verifica dei siti vendita online, prima di impegnarsi con una piattaforma specifica, è fondamentale: analizza le commissioni, le regole, le politiche di spedizione e le recensioni di altri venditori per fare la tua scelta consapevole.

Se stai cominciando adesso il tuo percorso di vendita online, ti consiglio di iniziare con un marketplace consolidato per acquisire esperienza e testare il mercato. Con il tempo, potrai valutare l’apertura di un e-commerce proprietario o l’espansione su piattaforme più specializzate.

Se invece hai già esperienza, ma desideri ottimizzare la tua presenza online o diversificare i canali di vendita, potrebbe essere il momento di adottare una strategia più sofisticata, integrando marketplace, e-commerce proprietario e social selling in un ecosistema coerente.

In ogni caso, ricorda che la vendita online non è solo una questione di piattaforme, ma di creazione di valore per il cliente. Concentrati su qualità, servizio e comunicazione e i risultati arriveranno indipendentemente dal canale scelto.

Se desideri una consulenza personalizzata per identificare i migliori siti vendita online per il tuo specifico business o per sviluppare una strategia di vendita efficace, compila il form qui sotto. Sarò felice di aiutarti a muoverti nel complesso, ma entusiasmante, mondo digitale per trasformare le opportunità del commercio elettronico in risultati concreti per la tua attività.

Media pitch: cos’è e come scriverlo

Il media pitch può essere il tuo passepartout se desideri che una testata giornalistica pubblichi un tuo articolo o diffonda una notizia legata al tuo brand o all’azienda per cui lavori. Leggendo questo articolo scoprirai di cosa si tratti e come strutturarlo nel modo corretto. 

Cos’è un media pitch: definizione

Un media pitch è una proposta inoltrata a una redazione giornalistica con l’obiettivo di catturare il suo interesse nei confronti di una notizia da diffondere. 

Viene normalmente inviato da:

  • giornalisti freelance, che vogliano proporre un servizio a pagamento (la redazione di un articolo per il giornale cartaceo o il giornale online, una videointervista, un’inchiesta e così via);
  • addetti stampa e responsabili della comunicazione di aziende, associazioni o istituzioni affinché il giornale accetti di pubblicare un comunicato stampa su una notizia che riguardi il brand

Come inviare un pitch?

Il canale preferenziale per il media pitching è l’e-mail. I giornalisti impiegati in redazione guardano ogni giorno la loro casella di posta per selezionare le notizie d’interesse e, al fine di valutarle correttamente, preferiscono sempre leggerle con calma e fare delle ricerche autonome sull’argomento. 

Questo non significa che se invierai i tuoi media pitches tramite posta elettronica saranno automaticamente accettati. Il verdetto, infatti, dipenderà da diversi fattori come la pertinenza della notizia rispetto alla linea editoriale e la notiziabilità del comunicato dell’ufficio stampa

Se hai dei rapporti personali con i redattori, inoltre, potresti utilizzare per la tua proposta i loro canali preferiti, come il telefono, WhatsApp o Telegram. 

Bada bene: i giornalisti sono spesso oberati. Se non rispondono, evita di contattarli in maniera morbosa in luoghi – seppur virtuali – diversi. Meglio aspettare un giorno in più ed evitare di finire nella loro black list.

Come scrivere un media pitch?

Per proporre un media pitch efficace, devi innanzitutto metterti dalla parte del giornalista e del giornale di destinazione. Questo significa comprendere a fondo che:

  1. ogni giornale segue una linea editoriale specifica, ovvero una “vision” rispetto agli argomenti da trattare. Se, per esempio, ti rivolgi a un periodico che tratta esclusivamente tematiche ambientali, è inutile che tu proponga un servizio sull’ultimo caso di cronaca nera;
  2. alle persone interessano le notizie utili, rilevanti. Se hai una promozione da diffondere, l’unico a trovarla interessante sarà il reparto commerciale che ti chiederà il pagamento di uno spazio pubblicitario.

Fatta questa dovuta premessa, il tuo media pitch dovrà essere strutturato diversamente in funzione del fatto che tu sia un/a giornalista freelance intento/a a proporre un tuo personale servizio al giornale o che tu rappresenti l’ufficio stampa di un brand e voglia diffondere un comunicato.

Il pitch del giornalista freelance

So bene che la vita da giornalista freelance non sia facile: significa selezionare notizie ogni giorno, individuare le testate a cui inviare proposte e presentarle anche in maniera efficace. Significa poi tentare di distinguersi dai propri competitors e di farsi ascoltare da redazioni così piene di lavoro che spesso non hanno tempo per leggere i messaggi dei freelance, per correggere i loro errori e per indirizzarli nel modo corretto. 

Essere giornalisti freelance significa pure trovare giornali che paghino i collaboratori, perché – anche se può sembrarti assurdo – non tutti lo fanno e la maggior parte retribuisce i servizi in maniera inadeguata. 

Ma lasciami dire una cosa: i compensi previsti per i freelance da ogni singola testata non sono validi per tutti. Se sarai più bravo/a e affidabile degli altri, nel tempo potresti ricevere maggiorazioni consistenti. Inoltre, potresti collaborare con più giornali e gestire diversi uffici stampa, dimenticando per sempre ogni timore economico.

In ogni caso imparare a presentare un pitch efficace a una redazione giornalistica è il primo passo per il successo, non soltanto perché grazie a questo potrai finalmente produrre i tuoi servizi, ma perché potrai migliorare la percezione che la redazione ha di te. Gli stessi redattori, a corto di tempo, potrebbero utilizzarti come punto di riferimento per aree e temi specifici, rivolgendosi a te affinché tu produca dei servizi di loro interesse. 

Come scrivere un pitch per un articolo?

Per scrivere un buon media pitch a un giornale, devi:

  1. selezionare un approfondimento notiziabile sull’attualità che i media non potrebbero altrimenti avere. In redazione arrivano già i comunicati e le notizie d’agenzia che hanno tutti gli altri. Il tuo servizio deve essere quel quid in più che non si trova da nessuna parte;
  2. spiegare la tua proposta in massimo 7-10 righe, indicando sia l’argomento, sia come intendi svilupparlo, sotto quale “angolazione”. Ti consiglio pure di dire perché questa notizia sia importante per i lettori e di allegare, se esiste, un link esaustivo della fonte da te utilizzata.
  3. aggiungere un titolo adeguato, corrispondente all’oggetto dell’email. Questo ti farà percepire come maggiormente professionale;
  4. verificare che la tua idea sia espressa bene, che la testata di riferimento sia adeguata all’argomento scelto e che tu abbia il contatto giusto a cui spedire il tuo pitch. 

Perché le tue proposte vengono bocciate

Se sei un/a giornalista freelance ed è la prima volta che invii il tuo media pitch al giornale, è sempre bene aggiungere una bio di 2 righe per spiegare chi sei e di cosa ti occupi. Allegare il CV (se aggiornato) e un piccolo portfolio potrebbe aumentare le tue possibilità di successo.

Se non dovessi ricevere risposta, prova dopo qualche giorno a inviare una seconda e-mail con una semplice richiesta di collaborazione freelance. In terza battuta, puoi provare a contattare telefonicamente la redazione.

Hai ricevuto una risposta negativa, ma non ti è stata spiegata la ragione? Comprenderla è importante. Controlla che tu abbia dimostrato di conoscere ciò di cui vuoi parlare, che il giornale non abbia già trattato la stessa notizia, che tu non sia stato/a troppo aggressivo/a nel modo di scrivere, che tu non abbia fatto una proposta banale o anacronistica.

Se non riesci a comprenderla da solo/a, senza polemizzare, chiedi al redattore di riferimento la ragione del suo rifiuto, esprimendo la tua voglia di migliorare. L’umiltà ripaga sempre.

Il media pitch dell’ufficio stampa

Se gestisci la comunicazione esterna di un brand, i media ti sono utili per diffondere i valori aziendali, migliorare la reputation e attrarre nuovi potenziali stakeholders, consolidando la percezione del marchio di quelli già esistenti.

Visto che la maggior parte delle testate giornalistiche non riceve finanziamenti pubblici, sta attenta a non “regalare” i propri spazi a chi desidera utilizzarli per scopi promozionali.

Se sei un/a addetto/a stampa, il tuo media pitch deve dunque:

  • trovare elementi di notiziabilità. Se vuoi promuovere una nuova palestra, per esempio, non puoi pretendere che un giornale pubblichi la notizia della sua apertura. Organizzare un’iniziativa gratuita che consenta alle persone di allenarsi all’aperto e scoprire, con dati statistici, i benefici dell’allenamento può essere una notizia d’interesse per la cittadinanza;
  • inserire la notizia (elemento notiziabile) direttamente nell’oggetto della tua e-mail e nel primo rigo;
  • raccontare e descrivere ciò che si intende presentare senza usare termini promozionali/pubblicitari;
  • allegare il comunicato stampa e le foto d’interesse;
  • concentrarsi sull’utilità per il lettore di ricevere la notizia.

Scriviamo il tuo pitch insieme

Sogni di scrivere articoli sui giornali, ma non sai da dove iniziare o nessuno sembra darti ascolto? Non sai come relazionarti con i media? 

Compila il form, raccontami il tuo problema e sarò felice di aiutarti.

Come diventare copywriter di successo

Come diventare copywriter, nonostante la concorrenza spietata? Leggendo questo articolo scoprirai cosa faccia effettivamente questa figura, quali titoli debba possedere e come diventare un copywriter professionista

Che lavoro fa il copywriter? 

Il copywriter è un creativo che si occupa di mettere a punto progetti di comunicazione, di partecipare al brainstorming per trovare i concept adatti al caso in questione e di scrivere testi persuasivi online e offline per i clienti di un’agenzia pubblicitaria, per un’azienda che lo assuma come dipendente o come libero professionista (copywriter freelance). 

Per dirla in modo semplice, fare il copywriter significa trovare le parole giuste affinché il pubblico target compia l’azione desiderata dal cliente. Per questo molti professionisti scelgono di specializzarsi in uno o più settori specifici.

Alcune forme di copy sono le landing pages, gli articoli per il blog, l’e-mail marketing, le didascalie per i social network.

Quanto viene pagato un copywriter? Il suo guadagno è ampiamente variabile (da poche centinaia a centinaia di migliaia di euro l’anno), in funzione dell’esperienza, del numero di clienti e del fatto che lavori o meno autonomamente. 

Come si diventa copywriter: skills e studi

Per diventare copywriter non basta avere la semplice passione per la scrittura e la lettura, né possedere una laurea. Anzi, siccome non esiste alcun esame abilitante né un albo dedicato, è possibile diventare copywriter senza laurea, a patto che si posseggano tutte le skills necessarie allo svolgimento della professione:

  • fantasia, creatività e immaginazione;
  • ottima padronanza della lingua italiana parlata e scritta;
  • curiosità e conoscenza del settore per cui si desidera scrivere;
  • capacità di lavorare in squadra;
  • capacità di ascolto del cliente ed empatia;
  • nozioni di marketing, neuromarketing e SEO;
  • attenzione per i trends;
  • conoscenza dei software di editing;
  • capacità di fare branding e di promuoversi.

Senza queste soft e hard skills non è possibile creare contenuti di qualità, trovare e gestire clienti in modo efficace, avere un’occupazione o un business stabile. 

I titoli sono inutili? Assolutamente no, perché i professionisti con la laurea che abbiano maturato le competenze richieste risultano avere maggiori opportunità sul mercato.

Cosa studiare per diventare copywriter da zero?

Non esiste un percorso unico, ma rappresentano un buon punto di partenza i corsi di laurea in professioni digitali, scienze della comunicazione, lettere e filosofia, nonché i corsi di digital marketing, di SEO copywriting e di social media management.

La pratica, l’aggiornamento, il networking e la “sete” di sapere faranno il resto. Perché la strada giusta per diventare un copywriter passa per anni di esperienza sul campo, nonché per la volontà di aggiornarsi continuamente.

Lavorare come copywriter: la differenza

Sapere come diventare un copywriter e studiare per questo, non significa di certo esercitare la professione. Un/a copywriter professionista, infatti, è colui o colei che viene retribuito/a per svolgere questo ruolo.

Esistono tanti copy che, pur essendo competenti, non riescono a guadagnare a sufficienza, perché:

  1. non sono ancora capaci di promuoversi e quindi di ottenere collaborazioni;
  2. non si occupano del customer care e non sanno gestire i clienti che, dopo il singolo spot, decidono di rivolgersi a terzi;
  3. si fanno pagare troppo poco, saturando il loro tempo senza introiti di rilievo;
  4. lavorano per agenzie pubblicitarie o aziende non disposte alla giusta remunerazione;
  5. hanno paura di fare il “grande passo” e di esercitare la professione in maniera autonoma. 

Nella realizzazione professionale, dunque, entrano in gioco non soltanto le hard skills, ma anche le soft skills e la propria autostima. Se ti stai chiedendo come fare copywriting con successo, la risposta – oltre che nelle competenze tecniche – sta nella capacità di definire la propria brand identity, di distinguersi dagli altri, di creare un’offerta unica sul mercato e di saperla piazzare nel modo e nei contesti adeguati.

Come diventare copywriter freelance? 

Sogni di lasciare il posto fisso e di gestire in maniera libera il tuo tempo? È un obiettivo raggiungibile, che non si traduce però nel non-lavoro. 

Lasciami dire che i modelli attualmente proposti da molti sedicenti guru, secondo i quali con il “giusto mindset” improvvisamente “smetti di lavorare”, vai al mare 365 giorni l’anno e ricevi una pioggia di soldi, sono completamente sconnessi dalla realtà.

Qualsiasi tipo di attività richiede tempo e sforzo. Se i dipendenti devono impegnarsi soltanto nella loro mansione specifica e nel mantenimento dell’equilibrio nella relazione con colleghi e superiori, i copywriter freelance devono essere capaci anche di procacciarsi i clienti e di svolgere tutte le attività legate agli aspetti commerciali e amministrativi. 

Per diventare copywriter freelance, dunque, devi:

  • studiare per acquisire le skills necessarie;
  • cominciare a fare le prime esperienze, presso un’agenzia di comunicazione o un’azienda. A tal proposito puoi fare qualche ricerca su portali come LinkedIn, Indeed, Freelancer;
  • creare il tuo personal brand, il tuo CV e il tuo portfolio;
  • dotarti di tutti gli strumenti per sponsorizzare la tua attività online, come social e sito web, nonché di un piano di comunicazione strategico;
  • rivolgerti a un commercialista per conoscere i costi e gli adempimenti fiscali previsti.

Desideri fare tutto questo, ma non sai da dove partire? Hai già tentato questa strada, ma i risultati sperati non sono ancora arrivati?

Compila il form, raccontami la tua storia e i tuoi obiettivi e ti spiegherò quale percorso individuale, cucito su misura, faccia al caso tuo. 

Social media day 2024: i dati che non ti aspetti

ll Social media day Giornata mondiale dei social media si celebra il 30 giugno di ogni anno. Un’occasione per riflettere sull’uso che facciamo dei network online, per comprendere come utilizzarli al meglio, per approfondire i trends del momento e sapere anche cosa cerchino i più piccoli online. Leggendo questo articolo scoprirai i risultati delle ultime ricerche scientifiche sul tema e come ho deciso di utilizzare i social media a lavoro e in famiglia. 

Perché si celebra il Social media day? 

Il Social media day è stato istituito nel 2010 da Mashable, una delle più rilevanti piattaforme di informazione tecnologica. L’obiettivo è quello di riconoscere e celebrare la rivoluzione digitale portata dai social media, che hanno trasformato il nostro modo di stare sul web, di comunicare, di connetterci e, addirittura, di informarci.

Come si celebra la Giornata mondiale dei social media?

Per partecipare alla Giornata mondiale dei social media, puoi: 

  • partecipare agli eventi locali;
  • unirti alle conversazioni online e condividere le tue esperienze, utilizzando gli hashtag #socialmediaday e #SMDay;
  • dedicarti allo studio delle piattaforme e delle migliori pratiche da applicare;
  • decidere di collaborare con i professionisti del settore, per promuovere e valorizzare la tua attività.

I social media per l’informazione: le tendenze

Come usiamo i social oggi? Le ricerche scientifiche che li utilizziamo per lavorare, per vendere, per distrarci, per trovare idee, per conoscere nuove persone, per comunicare con quelle che conosciamo già e persino per informarci. 

Secondo la rilevazione Ipsos, seppure i giornali restino la fonte principale di informazione per la popolazione complessiva (60%), la Generazione Z (composta dai minori di anni 28) per informarsi utilizzerebbe principalmente Instagram (42%), i siti e le app di news (38%) e YouTube (33%). I Millennials (tra i 28 e i 43 anni), invece, utilizzerebbero Facebook (38%) e gli amici e i familiari (33%).

Per la Generazione Z, poi, i social sarebbero in grado di renderci più consapevoli di ciò che accade attorno a noi, di rappresentare una fonte d’ispirazione, di intrattenerci e di farci rimanere in contatto con gli amici. Non mancano però i sentimenti negativi associati ai social network, come pessimismo e ansia.

Cosa vogliono le persone

I dati del Digital News Report 2023, del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’università di Oxford, ci suggeriscono che:

  1. dal Covid in poi, si frequentano più i social che i siti/app di informazione; 
  2. nella fascia di età 18-24 anni diminuisce l’interesse per Facebook, ma aumenta quello per Instagram, Snapchat e TikTok;
  3. cresce costantemente, per tutte le fasce d’età, l’uso di YouTube, Instagram e TikTok;
  4. su Twitter gli utenti sono più interessati alle news di politica e business, mentre su TikTok, Instagram e Facebook alle notizie più leggere, al gossip, alla satira;
  5. le persone desiderano contenuti affidabili, che mostrino diversi punti di vista, che siano interessanti, meno tossici o aggressivi e più divertenti;
  6. gli utenti non si fidano delle modalità di selezione automatica delle notizie offerta dagli algoritmi;
  7. cresce la tendenza di evitare intenzionalmente le notizie, temporaneamente e permanentemente. 

In sostanza le persone vogliono ricevere sui social notizie vere, positive e preferibilmente in formato video. E visto che non si fidano degli algoritmi e sono desiderose di intrattenere conversazioni – con amici e sconosciuti – sono inclini a consumare contenuti creati da persone in carne e ossa, che dialoghino in modo aperto e non aggressivo. 

Se ti occupi di comunicazione e informazione, quindi, resisti alla tentazione di pubblicare contenuti “acchiappa click”, fake o violenti. Per quanto possano immediatamente generare un aumento del traffico sulle tue pagine, sortiscono l’effetto di danneggiare la tua reputazione e di allontanare le persone nel medio e lungo termine. 

Social media day: il mondo oscuro dei minori

A usare i social network non sono soltanto gli adulti, ma anche i più piccoli, nati dopo il 2010. Un’indagine del 2022 dell’Healt Behaviour in School – aged Children, pubblicata sul sito dell’Istituto superiore di sanità, rileva non soltanto che i ragazzini dagli 11 anni in su siano quotidianamente in contatto sui social con gli amici della vita reale, ma che lo siano anche con gli “amici” conosciuti online e che siano inclini a un uso problematico dei social network

sintomi? Ansia, depressione, volontà di trascorrere sempre più tempo online, astinenza, fallimento nella gestione del tempo trascorso online, disinteresse verso le altre attività, bugie ai genitori, problemi con il gruppo di pari, cattiva gestione delle emozioni e meccanismi di fuga davanti ai sentimenti negativi. Tali problemi si verificherebbero soprattutto nella fascia d’età 13-15 anni e con una maggiore frequenza tra le ragazze e nelle regioni del Sud. 

I genitori non sembrano consapevoli dei rischi. La ricerca Eu Kids Online 2020 ha mostrato che il tempo trascorso online è raddoppiato rispetto al report precedente del 2010. I bambini italiani della fascia 9-16 anni trascorrerebbero in media dalle 2 alle 4 ore al giorno sul web.

Esistono poi ulteriori pericoli correlati ai social per i minori: gli adescamenti online, le difficoltà nella percezione della propria immagine corporea, i problemi alimentari, il cyberbullismo, l’esposizione a contenuti inappropriati e inadatti all’età.

Media social day: come uso i social a lavoro e in famiglia

A mio parere, più che di Social media day occorrerebbe parlare di Media social day, ovvero di Giornata sociale dei social. Non voglio demonizzarli mica, anzi. Ma ritengo che, essendo frutto della tecnica umana, dovrebbero essere utilizzati solo a servizio delle persone, nelle occasioni in cui si mostrino utili senza controindicazioni. 

In un mondo iperconnesso trovare un equilibrio nell’impiego dei social network non è semplice, soprattutto se li usi per lavoro e se hai dei bambini piccoli. Ecco dunque le regole che ho stabilito per me a lavoro:

  1. pubblico sui social con costanza ma con moderazione. So bene che l’uso professionale richiede presenza, ma se sono troppo indaffarata con i miei clienti, non è un dramma slittare di poche ore una pubblicazione;
  2. inserisco la fonte delle informazioni che pubblico, sia quando mi occupo di giornalismo che quando mi occupo di comunicazione. Questo aiuta le persone a comprendere la mia trasparenza e a fidarsi di me;
  3. cerco di non giudicare e di essere sempre aperta al dialogo. Mi piace rispondere ai dubbi di chi si rivolge a me e accolgo i consigli;
  4. utilizzo il mio volto per promuovere il mio brand, ma non promuovo alcun canone di bellezza perché non rientra nei miei valori, né c’entra con la mia professione;
  5. non uso contenuti generati con l’intelligenza artificiale, perché desidero che il mio pubblico riceva contenuti miei, originali, e non i calcoli di un robot.

Qui invece le regole sull’uso dei social per mio figlio:

  1. non si usa alcun dispositivo informatico durante i pasti e, tranne casi eccezionali, nemmeno la tv. Il dialogo a tavola è importante e, tra l’altro, non concentrarsi su ciò che si mangia aumenta i rischi di disturbi alimentari;
  2. prima dei due anni di età ho evitato completamente l’esposizione a schermi luminosi di qualsiasi tipo (tv, smartphone, tablet) come consigliato dall’OMS;
  3. è vietata l’iscrizione a qualsiasi social network prima dei 13 anni (e spero pure oltre…). Questo non significa che il bambino non possa cercare contenuti, ma che possa farlo solo sotto la mia supervisione e per un intento preciso di ricerca (es. tutorial per realizzare giochi, testo di canzoni, etc), dall’età della scuola elementare;
  4. l’uso del tablet, per giocare online con i compagni, è a tempo limitato e non tutti i giorni. Ho dovuto “cedere” a questa richiesta per non farlo sentire escluso dal gruppo dei pari. Resta vietato invece il cellulare, che viene usato solo per chiamare i compagni con i quali gioca online in real time, cosicché io possa essere certa di chi stia dall’altra parte della linea;
  5. coinvolgo settimanalmente lui e gli amichetti in gite all’aria aperta, tra animali e natura, e attività manuali. Far scoprire e sperimentare attività alternative alla tecnologia è indispensabile per sollecitare i sensi, la creatività;
  6. lo informo sui rischi online e offline, certa che i pericoli non siano certo scongiurati con l’aumentare dell’età;
  7. gli spiego che i social possono essere un’opportunità se utilizzati in modo corretto, magari per migliorare la propria attività lavorativa o diffondere la corretta informazione, facendomi dare un piccolo aiuto nella realizzazione dei miei contenuti. 

Vuoi utilizzare in maniera positiva i social, ma non riesci a “darti delle regole” ed essere costante? Non preoccuparti, posso aiutarti. Compila il form, raccontami il tuo progetto e sarò felice di spiegarti come. 

Audience target: cos’è e come definirlo per vendere

L’audience target o target audience è uno degli elementi essenziali di qualsiasi piano di comunicazione e marketing. Senza un destinatario, infatti, nessun messaggio e nessun business sono possibili. Leggendo questo articolo scoprirai di cosa si tratti effettivamente e come definirlo.

Audience target: cos’è?

La target audience è il pubblico di rifermento o di destinazione di un’azienda o di un libero professionista: è il segmento di interesse per tutte le attività di marketing o di vendita di un brand. L’audience target, all’interno di un mercato, è un insieme di individui con caratteristiche comuni, come:

  • genere;
  • età;
  • posizione geografica;
  • potere d’acquisto;
  • professione;
  • reddito;
  • stato civile;
  • interessi;
  • stile di vita;
  • personalità.

Il marketing audience è l’insieme delle strategie pubblicitarie e commerciali mirate a un gruppo specifico di persone e, per questo, molto efficace.
Se hai cominciato la tua attività da tempo, potresti avere ben chiare le caratteristiche del tuo target market, ma potrebbe tornarti ugualmente utile ridefinirle, per trovare spunti interessanti per scalare il tuo business. Col passare del tempo, infatti, cambiano le circostanze in cui si trova il tuo pubblico e potresti soddisfare o anticipare i suoi nuovi bisogni.

Se invece devi ancora iniziare, quest’analisi ti sarà indispensabile: indirizzare a chiunque il tuo prodotto o servizio, sperando che parlando “a tutti” tu possa ottenere un tasso di conversione maggiore, è uno degli errori più comuni che si possano commettere. 

A cosa serve l’audience analysis?

L’audience analysis serve a non fallire. Analizzare il tuo pubblico, infatti, non significa semplicemente “capirlo meglio”, ma volerlo incontrare, voler conoscere le sue emozioni attuali, le aspirazioni future, le esigenze specifiche, i problemi che desidera risolvere e i sentimenti che vorrebbe coltivare. Soltanto così puoi creare prodotti e servizi che si vendano davvero e che soddisfino le aspettative, nonché campagne promozionali di successo che ti consentano persino di fare upselling.

L’analisi dell’audience target serve anche a risparmiare, perché segmentando il pubblico, potrai finalmente concentrare i tuoi sforzi verso le persone più propense all’acquisto e i canali di comunicazione utilizzati dai tuoi potenziali clienti. 

Come definire la target audience online e offline

Esistono diversi modi per identificare il tuo market audience e di seguito troverai le più gettonate. Ricorda che il tuo target market è costituito da più gruppi di persone; il tuo impegno dovrà dunque indirizzarsi sull’identificazione delle caratteristiche che li accomunano e, magari successivamente, su campagne mirate a micro-nicchie che non vengono soddisfatte dalla concorrenza. Inoltre, non tutti i mercati devono essere aggrediti nel breve termine: presta attenzione al periodo dell’anno e alla tua curva di crescita per pianificare azioni strategiche. 

Analisi del traffico del sito web

Puoi facilmente individuare il tuo pubblico analizzando il traffico sul sito web del tuo brand o personal brand, grazie a Google Analytics. Potrai conoscere, per esempio: i dati demografici, il tempo di permanenza sul sito, le pagine e i servizi di maggiore interesse, il Paese di residenza, etc. Se invece non hai ancora un sito web, puoi ottenere queste informazioni analizzando i siti web dei tuoi competitors, con tools come SEMrush e SEOZomm.

Analisi del pubblico sui social media

Lo stesso può dirsi dei social media. Nella sezione insight puoi ricevere una panoramica sui dati comportamentali e demografici delle persone che ti seguono. Con Facebook Audience Insights puoi ottenere pure dati rilevanti sul potenziale pubblico da raggiungere con campagne mirate. 

Identificazione delle buyer personas

Meno scientifica, ma ugualmente affidabile, è l’identificazione della propria buyer persona, ovvero del cliente tipo di un brand o personal brand. Lo si può fare sulla scorta della propria esperienza, dunque analizzando i profili di coloro che hanno già acquistato un prodotto o servizio, oppure facendo un’indagine sugli acquirenti dei competitors

Quest’approfondimento è utile per scovare non soltanto i dati socio-demografici (come età, sesso, stato di famiglia, reddito e posizione geografica), ma soprattutto i dati psicografici (interessi, stile di vita, personalità) e comportamentali (customer journey).

Raccolta delle recensioni

Le recensioni sono il feedback diretto del cliente. Tanto quelle positive quanto quelle negative rappresentano una fonte di informazioni importantissima su ciò che gli utenti apprezzano o detestano di un’azienda o un professionista.

La tua audience per vendere

Hai già provato ad avviare una tua attività e ora vorresti migliorare le tue performance? Vuoi che il tuo prossimo progetto abbia successo, ma non sai da dove iniziare? Non preoccuparti, ti basterà compilare il form e raccontarmi i tuoi obiettivi per scoprire come fare. 

Come lavorare online: 18 idee per guadagnare da casa

Lavorare online è una scelta vincente per tutti coloro che intendono risparmiare tempo e denaro per gli spostamenti da e per il luogo di lavoro. Ed è anche l’obiettivo degli aspiranti “nomadi digitali”, ovvero di quelle persone che desiderano lavorare e viaggiare nel frattempo, alla scoperta di paradisi terrestri. Lavorare da casa, inoltre, è un’opportunità per chi si trova impossibilitato a trascorrere molto tempo fuori per problemi di salute o di famiglia. Leggendo questo articolo scoprirai quali possibilità concrete esistano sul mercato e come muovere i tuoi primi passi da smart worker. 

Lavorare da casa: attenzione alle truffe

Lo so che sembra scontato, ma è sempre bene ricordarlo, visto che ogni anno gli italiani truffati su internet sono milioni: sul web è pieno di persone che vogliono raggirarti e che pensano di riuscirci proponendoti ingenti guadagni online. 
Con questo non voglio dire che guadagnare online (anche molto!) sia impossibile, ma che per farlo la strada non sia certo quella che prevede l’invio del tuo denaro a terzi o lo spreco del tuo tempo in cambio del nulla cosmico.

Fatta questa dovuta premessa, è opportuno distinguere le due principali modalità in cui puoi lavorare online da casa:

  • da dipendente di un’azienda o un’impresa, quindi con un contratto di lavoro subordinato che ti consenta part-time o full time di lavorare in smart working o in telelavoro;
  • da freelance, cioè da lavoratore/lavoratrice autonomo/a. In questo caso il titolare o la titolare dell’attività sei tu che offri prodotti o servizi a una o più persone o aziende. 

In entrambe le situazioni, più o meno fedelmente, alle tue ore di lavoro corrisponde un guadagno. Diverso è il caso del network marketing, un sistema che arruola persone che – a prescindere dall’effettivo ritorno economico – pubblicizzino gratis l’azienda in questione. 

Spesso chi propone lavori online sostiene che i risultati dipendano tutti dal “mindset”. Per quanto il nostro atteggiamento e i nostri schemi cognitivi – che possono sempre essere modificati con un adeguato lavoro su noi stessi – determinino le nostre azioni e dunque i loro effetti, quando si parla di business occorre considerare pure altri elementi, come l’effettiva domanda del prodotto o servizio che si desidera vendere, i mezzi a disposizione per sponsorizzarlo, la quantità e la qualità dei competitors, etc. 

A proposito di mindset, poi, io ho sempre pensato che soltanto le persone che si sentano incapaci di fare di meglio accettino di lavorare senza un compenso economico. Se per un attimo hai ritenuto opportuno agire così, il mio consiglio è quello di indagare sulle cause che ti hanno spinto/a a questa decisione: lì probabilmente risiede la chiave del tuo successo.

Che lavoro puoi fare online?

Lavorare online da casa e/o da qualsiasi parte del mondo non è poi così difficile. Esistono aziende che necessitano di dipendenti capaci di svolgere dei compiti per i quali non è indispensabile la loro presenza in sede e che accettano di buon grado di assumerli in smart working, risparmiando su alcuni costi che altrimenti dovrebbero sostenere (es. energia elettrica, connessione internet, etc). Ed esistono anche persone che, come te, hanno voglia di inventarsi o reinventarsi, creare un proprio lavoro indipendente e serio. 

Non hai proprio idea di cosa fare per lavorare da casa? Ecco alcuni spunti:

  1. marketing digitale;
  2. tutoraggio;
  3. cutomer care per conto di terzi;
  4. traduzioni di testi;
  5. progettazione grafica;
  6. blogging;
  7. consulenza nella vendita;
  8. scrittura di testi;
  9. insegnamento e ripetizioni;
  10. segreteria da remoto;
  11. e-commerce;
  12. sviluppo e/o testing di app e siti web;
  13. selezione del personale;
  14. vendita di manufatti;
  15. corsi online;
  16. coaching;
  17. servizi in abbonamento;
  18. cybersecurity.

Qual è il lavoro più pagato online? 

Stabilire a priori quale sia il lavoro più pagato online è impossibile. Qualsiasi tipo di lavoro su internet, con la giusta strategia di business, può essere scalabile. 

Come fare soldi stando a casa, ma senza internet?

Se non vuoi o non puoi trascorrere molto tempo fuori da casa, ma non ami la tecnologia, puoi ugualmente guadagnare offrendo per esempio:

  1. servizi di pet sitting;
  2. servizi di baby sitting;
  3. lezioni di ginnastica;
  4. ripetizioni;
  5. camere in affitto;
  6. noleggio auto;
  7. corsi di cucina.

Lavorare online: l’importanza della strategia

Hai deciso di lavorare online? Sappi che, oltre alle tue competenze, l’aspetto più importante resta quello della strategia. È questa, infatti, a determinare il successo o l’insuccesso del tuo progetto. 

Se hai già cominciato ma non riesci a raggiungere i risultati desiderati, oppure se non sai come muovere i tuoi primi passi da smart worker, io posso aiutarti! Compila il form, raccontami di te e sarò felice di aiutarti in maniera strategica a trovare o a costruire l’opportunità di lavoro che sogni. 

Concorrenza diretta e indiretta: cosa tenere d’occhio per restare sempre competitivi

Concorrenza diretta e indiretta vanno analizzate per mettere a punto un piano di comunicazione e marketing che funzioni e per essere sempre competitivi. Senza analizzare la concorrenza, infatti, si rischia di sprecare tempo e denaro in azioni che alla fine non portano i risultati sperati. Leggendo questo articolo scoprirai come analizzare i tuoi competitors e perché devi prestare molta attenzione a ciò che spesso imprenditori e professionisti non considerano: la concorrenza indiretta

Cosa si intende per concorrenza indiretta e diretta?

La tua concorrenza si distingue in due aree principali:

  • diretta. Si tratta delle imprese e dei professionisti che vendono o producono lo stesso tuo prodotto o servizio e dai quali devi differenziarti;
  • indiretta o allargata. Si tratta di imprese e professionisti che non vendono né producono lo stesso tuo prodotto o servizio, ma si rivolgono al tuo stesso target, ovvero ai tuoi stessi potenziali clienti.

La seconda è quasi sempre ignorata, nonostante possa causare un danno maggiore della prima. I concorrenti indiretti sono infatti coloro che possono essere percepiti dal tuo target come soluzione al loro problema e che quindi competono per lo stesso potere d’acquisto del tuo cliente. 

Chi sono i concorrenti diretti e indiretti: esempi

Per farti capire meglio, prendiamo ad esempio un’agenzia immobiliare. Questa ha tra i suoi competitors diretti le altre agenzie immobiliari che operano nello stesso luogo, ma ha tra i suoi competitors indiretti anche le piattaforme immobiliari online che consentono di fare a meno di un agente immobiliare, i siti che mettono i contatto diretto acquirente e proprietario, gli istituti di credito che offrono servizi di consulenza finanziaria e intermediazione immobiliare, le società di gestione immobiliare che offrono servizi di locazione a lungo termine. 

Un ristorante, invece, ha tra i suoi concorrenti diretti gli altri ristoranti della stessa categoria di cucina (es. cinese, italiano, messicano) nella stessa località e, tra i suoi concorrenti indiretti, tutti i ristoranti della stessa fascia di prezzo, i fast food, i negozi di alimentari che vendono pasti pronti, i bar dei centri commerciali e delle palestre, etc.

In entrambi i casi, i concorrenti indiretti – se riescono a soddisfare il bisogno del potenziale cliente – sono in grado di neutralizzare l’offerta dei loro competitors: nessuno cenerebbe due volte, né acquisterebbe un secondo immobile nell’arco di poche ore. 

Quali fattori influenzano le scelte dei clienti?

Esistono tantissimi fattori che determinano la scelta dei clienti, come la qualità, il prezzo, la convenienza, la reputazione del marchio. Principalmente, però, le persone scelgono il brand che si è meglio posizionato e che corrisponde ai loro valori e al loro stile. 

Come si fa l’analisi della concorrenza diretta e indiretta

L’analisi della concorrenza è una parte fondamentale dell’analisi di mercato che – in mancanza di fonti primarie di dati – può essere svolta sulla base di fonti secondarie.

  1. Analisi del sito web, del traffico e del posizionamento. Il sito aziendale dei tuoi competitors è una fonte inesauribile di informazioni che può mostrarti immediatamente i partner, il modello di business, l’organizzazione aziendale. Grazie a tools come Semrush e SEOZoom, poi, puoi avere una stima del traffico, individuare i prodotti o i servizi di tendenza, la strategia di comunicazione utilizzata online, il volume delle vendite e persino il posizionamento organico su Google.
  2. Analisi del prodotto o servizio e della tattica di pricing. Indagare sulle caratteristiche e sulle modalità di erogazione del prodotto o servizio può aiutarti a chiarire i tuoi punti di forza e a differenziarti.
  3. Analisi dei social media. Approfondire le piattaforme utilizzate dai tuoi concorrenti, il sentiment, la popolarità e l’engagement ti consente di sapere cosa funziona per il tuo target e cosa no.
  4. Analisi della customer experience, per sapere quanto siano soddisfatte le persone che si rivolgono ai tuoi competitors e, soprattutto, quale tipo di trattamento o servizio aggiuntivo apprezzino.

I vantaggi che non ti aspetti

L’analisi approfondita dei competitors è un metodo che stimola il processo di aggiornamento costante dell’azienda o del professionista, a 360 gradi. Oltre ai vantaggi già elencati, infatti, l’analisi della concorrenza diretta e indiretta aiuta a:

  • individuare nuovi segmenti di mercato e nuove categorie di consumatori potenzialmente interessati;
  • creare nuove opportunità economiche;
  • implementare i modelli produttivi innovativi;
  • comprendere meglio i bisogni dei potenziali clienti;
  • creare nuovi prodotti o servizi

L’analisi di mercato completa è il primo passo per la costruzione di qualsiasi business e di ogni strategia di comunicazione. Se non ne hai mai fatto una, oppure se hai provato a farla sulla base di “ciò che credevi fosse un tuo competitor” (quindi senza avere dati statistici che lo attestassero), puoi avere ottenuto soltanto due cose: il fallimento del tuo piano di comunicazione e marketing; dei risultati al di sotto del tuo vero potenziale. 

Rimedia subito, compila il form e raccontami il tuo progetto o il progetto che vuoi realizzare; sarò felice di spiegarti come io e il mio team possiamo aiutarti.